
Eravamo tutti già spaventati,ed il peggio doveva ancora venire.”
Intervista alla signora Ernesta Saiani, superstite del bombardamento di Ossenigo del 06 novembre 1944 da parte dell’Usaf verso le truppe tedesche in rotta verso nord, che costò la vita a 7 persone.
Come detto sulla nostra pagina InValdadige FB, Novembre è un mese amaro: in “Novecento” di Bertolucci viene definito come ‘il più crudele dei mesi’. Di certo ci porta a fare i conti con la nostra Storia e, con essa, con i morti che essa portò in tutta Italia e nel mondo, è un mese di commemorazioni e di celebrazioni, è un mese -se vogliamo peccare di speranza- che celebrando i morti fa capire che non ve ne debbono più essere, di certo non per qualche altra grande carneficina come la Grande Guerra ,che fu orribile per tutto il mondo, o per la II Guerra Mondiale trasformatasi in Italia in Guerra Civile con i civili italiani come vittime di entrambe le fazioni che guerreggiavano nel nostro Paese.
In Valdadige, nel Comune di Dolcè, Novembre è un mese molto sentito perchè, nel ‘terribile novembre 1944’ (G. Policante) tutti i paesi e le frazioni subirono, in diversi modi, stragi in nome della guerra, operate in modo diverso ma con un unico minimo denominatore: i morti civili, morti solo perchè nati in una Valle strategica per la ritirata verso Nord dell’ormai nemico tedesco. La signora Ernesta Saiani, sopravvissuta al terribile bombardamento di Ossenigo del 06 novembre 1944, coaudiuvata dal figlio Adriano che si è preso per anni cura personalmente del Monumento alle vittime nei campi, ci ha raccontato la sua straziante storia: di come in poche ore, forse meno, Ossenigo divenne un paese fantasma.
“Ritrovarono per ultima mia sorella, che si era rifugiata sotto una sedia trovando riparo: siccome fu tirata su per ultima, ormai la sua ferita si era trasformata non in uno strappo ma addirittura in un fosso, ma almeno lei sopravvisse. “
Ernesta Saiani
“A settembre vi fu il bombardamento del treno partito da Peri che ci spaventò enormemente e ci spostammo su per la “Fontana”, mentre piano piano iniziavamo a spostarci sempre più dal paese dalla paura; mio padre decise che ci saremmo spostati sul Montarione, anche se allora non ci eravamo praticamente mai ma allora,con altri sfollati, ci riparammo là.
Dormivamo nella stalla della casa dove c’erano altre famiglie, c’erano le vacche e le pecore e noi dormivamo su pagliericci di fortuna; c’era mia madre, mio fratello ed altre due sorelle…Insomma, eravamo in sette, compreso il mio fratellino di appena 7 mesi, per il quale mia madre metteva la bottiglia di latte su una finestra perchè fosse pronto per lui. Era nato il 25 aprile, non abbiamo neanche una foto ed era così bello, così bello…e morì quel giorno, il 06 novembre, e noi non avevamo neanche una foto del mio povero fratellino che cercai di salvare.
Si faceva da mangiare fuori, ovviamente, dove avevano messo una ‘banda’ e dove tutti andavano a cucinare, e vi erano 3 o 4 soldati che ci tenevano d’occhio (non ricorda di chè nazionalità o se RSI, ndR): mia madre però, all’altezza di metà ottobre\novembre, disse a mio padre che voleva tornare in paese, ormai, che era stufa; perciò tornammo ad Ossenigo ma andavamo tutti ai “Ceraini”, in un capannone, per stare distanti dal paese e dalla linea del treno. Nel male, fu un bene che il 06 novembre fu un lunedì e non un sabato, o ci sarebbe stato tutto il paese e la conta dei morti sarebbe stata più alta.
Mia madre era arrivata a portarci da mangiare in questo “casotto”, ed io ero seduta vicino all’entrata col mio fratellino in braccio che dormiva e mia sorella Maria Rosa, erano circa le 11:30; appena arrivata vedemmo una formazione aerea uscire da sopra Madonna della Corona, con nostro grande spavento, e vedemmo anche quando sganciarono le bombe perchè quella prima formazione mirò ai dintorni del Confine; ovviamente iniziò il pandemonio ma poco dopo fu anche peggio, fu il peggio del peggio perchè la seconda formazione che uscì dallo stesso punto invece sganciò tutto intorno a noi!
Ho dei ricordi vivissimi: c’era un soldato anche lì in quel casotto, forse sceso con noi, ed aveva una pietra conficcata nel cervelletto, era rimasto stecchito; mio padre fu il primo ad arrivare di gran carriera a vedere se eravamo vivi o morti, il poverino era nella campagna non colpita e, vedendo il disastro, disse che aveva subito pensato:”Addio alla mia famiglia!”. Tutta quella strage duro massimo un’ora e mezza, senza contare che sentivamo anche le bombe della prima formazione, fu una cosa sconvolgente, da perdere la ragione!
Finita la pioggia di bombe ci rendemmo conto che la soletta del capanno era scivolata nella vasca invece che su di noi, o addio a tutti; magra consolazione, ma almeno ci fu. C’eravamo noi fratelli e mia madre ed una signora di 80 anni, alla quale suo malgrado mia madre fece scudo col suo corpo e morì, finendole addosso: mia madre era tutta ‘staccata’, morì così, e anche vestita si faceva fatica a far restare composto il corpo. Mio padre mi riconobbe dai capelli, mi salvai perchè il mio fratellino dormiva in braccio, la sua testa era piena di materiale e io, infilandomi tra lui e mè stessa, riuscii a respirare. Un altro mio fratello invece avanzava fuori dalle macerie, ma, shockato, corse via e solo dopo giorni sapemmo che era in montagna da una famiglia dei dintorni dei primi paesi della Lessinia, e vi rimase tutto il tempo della guerra, ospitato.
Mio fratello fu il primo ad essere estratto, poi mio padre estrasse me che avevo ancora in braccio il mio fratellino, e nel pandemonio, tra le bombe, scappammo in giù per cercare rifugio sulle rive dell’Adige; ad un certo punto mio padre si fermò e mi disse :”Dove porti tuo fratello? Non vedi che è morto?”, così lo adagiammo tra l’erba e le piante e noi stemmo lì fino a sera, spaventati.
Alla sera tornammo ad Ossenigo e ci recammo da una famiglia nostra vicina che ci ospitarono tutti e riportarono mia madre ed il suo figlioletto morto per comporli: il giorno dopo o quello dopo ancora, poichè eravamo ancora tutti scossi e decisi a non rimanere, vi fu il funerale collettivo. Il carro con i buoi passò per le vie e si aggiungevano i morti, spesso in bare di fortuna fatte con chissà cosa, e raccolsero i sette morti: noi fummo la famiglia che pagò il prezzo più alto e sfollammo quasi subito, come quasi tutti gli abitanti di Ossenigo; noi finimmo a Brentino da una mia zia, sorella di mio padre, e là restammo fino alla fine della guerra.
Vi fu un’ulteriore crudeltà quando mio padre chiese al Comune un aiuto economico per via dei suoi morti, tra cui la moglie (che allora era il tuttofare della casa famiglia, ndR), e l’impiegato rispose che avrebbe preso di più se fosse morto lui al posto della moglie e, ci raccontò, avrebbe voluto rompere una sedia addosso all’impiegato.
Andammo a Brentino con un carretto che tirò mio padre con qualche masserizzia e ci accolsero fino alla fine della Guerra.
Dal 06 novembre, Ossenigo divenne praticamente un paese fantasma: tutti ci disperdemmo, sfollati; perciò questo evento non segnò solo la mia famiglia, ma tutto il paese.
L’unica autorità in quel momento concitato fu il prete, che doveva dire il rosario e, in emergenza, indicava almeno dove scappare, ma fu quasi subito colpito e fatto letteralmente a pezzi.
Se mi piacerebbe che vi fosse ancora la cerimonia, la benedizione del “Capitel”? Io ci terrei perchè mio figlio cura personalmente il Monumento.”
(Interviene Adriano Sega, il figlio, che ha seguito):”Sì, io sono cresciuto con questa terribile storia e, in certi momenti ero davvero arrabbiato perchè c’erano residui di cartucce di cacciatori, bottiglie di birra ed immondizia sul terreno di un Monumenti ai Caduti: incredibile l’irrispetto di alcune persone! Per fortuna vi sono sempre molti volontari, ora, ed il Comune ha eseguito un ottimo restauro, ma ci sono stati anni in cui io stesso mettevo semplici cartelli di avviso, di usare il buonsenso, disarmanti come “Non lasciate rifiuti”; ora il Comune lo cura molto di più e non siamo più in quel periodo. Ma è stato davvero brutto vedere disonorata così la memoria dei nostri morti.”
(riprende la parola la signora Ernesta):”Mi piacerebbe che più che la cerimonia, che comunque è stata sempre fatta con discontinuità, questa storia venisse fatta circolare nelle scuole; io stesso ho scritto una lettera per il 70′ anniversario in cui descrissi minuziosamente la mia giornata dall’inizio piuttosto normale per quei tempi che si trasformò in tragedia, nel 2014, che ricevette anche l’encomio del Presidente della Repubblica Mattarella. Sì, queste cose vanno fatte circolare nelle scuole, perchè non si possa dimenticare MAI.”

Non esiste un modo onorevole di uccidere, né un modo gentile di distruggere. Non c’è niente di buono nella guerra, eccetto la sua fine.
(Abraham Lincoln)
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.