“Le Eccellenze della Valdadige” ci porta alla Cantina Valdadige dove Tiberio Veronesi si racconta: “La parola al Presidente”

(InValdadige): “Buongiorno Presidente e grazie per aver accolto il Nostro invito a farsi intervistare. Potremmo partire subito con le cose che più interessano ai Veneti, tipo i ‘schèi’; l’ Arena (il giornale di Verona n.d.R) di maggio riportava un dato interessantissimo di come la percentuale vendite sia aumentato del 23% dall’ anno prima, ci conferma questi dati?”

(Tiberio Veronesi, Presidente della Cantina Valdadige in carica): “A volte i numeri buttati li non trasmettono bene la realtà, per cui facciamo un po’ di chiarezza: non ho sottomano quell’articolo, ma i dati 2018 ci dicono che abbiamo venduto nel mercato Italia 323.000 bottiglie di vino, con un aumento effettivo rispetto al 2017 del 23,5%.

Il solo nostro punto vendita ha venduto 156.000 litri di vino, fra bottiglie, sfuso e bag-in-box, con un incremento del 67,75% rispetto agli anni precedenti. Per cui direi che un aumento c’è stato su tutti i fronti, sì.”

(IV): “Quanto crede che il Suo ruolo sia stato decisivo in questo aumento? In fondo Lei è Presidente in carica solo dal 2017, per cui ancora un incarico recente.”

(T.V.): “Il mio arrivo alla Presidenza di Cantina Valdadige ha sicuramente fatto suonare la sveglia: da troppo tempo che la situazione era sopita, era ora che tutti e per primi i soci e i dipendenti, prendessero coscienza che invece di dire a noi stessi che siamo bravi e sappiamo produrre un ottimo prodotto questo bisogna farlo sapere al resto del mondo, e comunicarlo con convinzione perché non basta fare un po’ di pubblicità sui giornali: bisogna che qualsiasi nostro interlocutore, cliente o fornitore che sia, ci legga negli occhi la convinzione e la consapevolezza che siamo fermamente convinti delle eccellenze che produciamo.”

(IV): “E quanto ha influenzato qualitativamente sulla comunicazione la partnership con SignorVino?”

(T.V.): “In questo anche l’approccio a SignorVino ha ovviamente aiutato: il posizionarsi a fianco di brand sicuramente più blasonati di noi, ci ha fatto fare un salto più che positivo.”

(IV): “I nostri contadini parlano sommessamente di export con mercati asiatici, dopo il boom di anni fa di quelli statunitensi: quanto c’è di vero in questo? Il Sud Est Asiatico è davvero la nuova frontiera dell’ economia vinicola?”

(T.V.): “Il mercato Americano per le nostre tipologie di vini, con in testa il Pinot Grigio, è ancora il mercato di riferimento; ottimo sbocco commerciale per noi è anche il nord europa con Germania in testa come richieste. L’Oriente sarebbe il mercato del futuro, pero è ostico, perché richiede volumi e prezzi che noi non abbiamo o, viceversa, richiede un posizionamento percepito molto alto: ci chiede di essere un brand già affermato e conosciuto ed anche qui facciamo fatica, ma piano piano ci stiamo avvicinando, abbiamo già fatto incontri ed abbiamo già clienti in Malesia e Vietnam.”

(IV): “Le va di raccontarci un po’ di storia della Cantina Valdadige, che ha cambiato il territorio creando, partendo da un’ economia di sussistenza pre- vitivinicola ad una di offerta di surplus e di esportazione, rendendoci sempre più interessanti sul mercato; in che anno è nata, chi sono stati i primi soci fondatori, quali sono stati i primi risultati… Insomma un piccolo Bignami della Cantina Valdadige?”

(T.V.): “La Cooperativa Cantina Valdadige è stata fondata nel 1957 da 28 soci fondatori e la cantina è stata costruita nel 1959.

E’ nata dalla necessità di far fronte alla precaria situazione di conferimento che si rivolgeva solo verso il canale privato che a quei tempi non dava certezze di continuità e solvibilità.

I presidenti e gli enologi che si sono susseguiti nella conduzione della cooperativa, ricordo fra loro il presidente Antonio Festa e l’enologo Ettore Leonardi che hanno passato molti anni al servizio della cantina, hanno permesso il forte consolidamento di questa realtà, aiutando i contadini non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista professionale, cosa che ancora oggi ci impegna e ci distingue.”

(IV): “Allora torniamo all’ attualità con qualche numero informativo: quanti soci conta la Cantina Valdadige? Quanti ettari conta tra i suoi associati?

(T.V.): “Attualmente siamo 208 soci, con una superficie vitata impegnata di circa 600 ettari.”

(IV): “Cosa consiglierebbe ad una persona nel rendere appetibile il trasferirsi in Valdadige ed investire nel settore vitivinicolo, come Presidente della Cantina ma anche come ex “contandino” in terreni propri? A chi dovrebbe rivolgersi per poter essere guidato nel miglior lavoro possibile e, ovviamente, guadagnare da questa attività? La Cantina incentiva la compravendita di terreni, comprandoli e poi rivendendoli ai soci a prezzi convenienti?”

(T.V.):”La Cantina Valdadige è riuscita a creare una situazione di fiducia verso i propri soci e verso i propri clienti che ha sempre dimostrato di rispettare ed ha sempre lavorato in modo che i soci abbiano la migliore remunerazione possibile, in rapporto all’area geografica di appartenenza.

Ha aiutato ed aiuta in tutte le problematiche di campagna e burocratiche, ha sempre ritirato tutto il prodotto dei suoi soci anche quando le condizioni erano critiche.

Con questa premessa cerchiamo di assistere l’ eventuale socio ed aiutarlo sempre; anche quando ci sono trattative di compravendita Cantina Valdadige si fa garante verso il venditore e verso la banca quando l’operazione necessita di essere coperta da mutui o finanziamenti, a volte anche acquistando in prima persona l’appezzamento per poi frazionarlo fra diversi soci interessati. Se una persona chiede di entrare nel mondo vitivinicolo e vuole farsi socio, riceverà tutto l’aiuto possibile, sia tecnico che economico; ovviamente entro certi limiti.”

(IV): “Tutti i soci hanno eguale potere decisionale, per cui vige una democrazia interna molto forte, o chi possiede più terreno ha più voce in capitolo? L’ elezione del Presidente avviene per votazione diretta dei soci? Il Presidente si occupa poi delle assunzioni interne ed avere perciò la responsabilità diretta dello standard qualitativo dell’ uvaggio e della lavorazione del prodotto, con onori ma anche pesanti oneri?”

(T.V.): “Ovviamente i soci della Cantina Valdadige hanno tutti indistintamente gli stessi diritti: di assistenza, di conferimento e di voto, non importa che uno possegga 1.000 metri o 10 ettari, ha per noi la stessa importanza e lo stesso diritto e capacità di voto, ossia un voto per socio. Con me il presidente può consigliare: posso e devo dare un indirizzo, ma lascio alla professionalità e alla competenza dei responsabili, amministrativo da una parte e tecnico dall’altra, di assumersi la responsabilità delle loro scelte, ovviamente senza perderne il controllo, perché comunque ogni scelta prima di essere applicata passa al vaglio anche del consiglio.”

(IV): “Una domandina maliziosa: quanto crede abbia contato l’onda lunga del boom del Prosecco (uva Glera, non molto di pregio, con una lavorazione povera come il metodo Charmat) e del suo lavoro di marketing che ha rilanciato il marchio del Veneto nel mondo? Quanto può aver influito la moda nell’ aumento delle vendite e perciò del fatturato della nostra Cantina ma anche nel sorgere di tante altre? Sex and the City ci ha aiutato, alla fine, come la frase ‘si possono avere due bollicine’ nei reality show culinari? Il settore ha attirato tanti esperti dell’ultima ora, ne abbiamo avuto la riprova con gli ultimi Vinitaly; quanti sono approdati alla Cantina Valdadige, che ha vini portati da un certo standard qualitativo e non sono tutti vini facili (come, appunto, il Prosecco)?”

(T.V.): “Il grande lavoro di marketing che si è avuto nel mondo prosecco ha portato il vino Italiano a superare finalmente la grande eccellenza francese, ma secondo me è stato commesso un errore creando una grande visibilità di facciata corrispondente purtroppo a poca o male organizzata struttura di base: ho paura che al primo scossone crolli tutto.

In pratica la regione Veneto ha investito molto in questo progetto, senza obbligare i consorzi a regole ferme e soprattutto al farle rispettare (questo sta ora cominciando a succedere anche nel mondo del Pinot Grigio), ci sono forse una decina di “SIGNOR PRODUTTORI” veramente signori, ma nel sottobosco sembra di essere ritornati nel periodo nero delle sofisticazioni.

Viceversa, l’innalzamento del livello del prodotto vino Italia ha portato vantaggi per tutti, starà poi a noi esserne all’altezza, anche perché per fortuna il livello di conoscenza del cliente medio si sta alzando, sia in Italia che all’estero, e noi a questi clienti puntiamo.

Non siamo una cantina dai grandi numeri per chiara logistica, ma siamo una cantina di qualità ed eccellenza, ed un cliente informato ed istruito è sicuramente un cliente che da noi può trovare soddisfazione. Una riprova l’abbiamo avuta all’ultimo Vinitaly 2019, dove il nostro stand è stato molto frequentato e quasi tutti erano persone informate che volevano approfondire e conoscere piccole realtà dove trovare vini autoctoni e il più naturali possibile.”

(IV): “I Wine Bar; dopo la partenza a rilento del punto di Rivalta, sede della Cantina, questo luogo di aggregazione, mescita e vendita è stato un crescendo travolgente, con serate a tema e di accrescimento enogastronomico; questa estate è stato aperto anche il punto di Peri di Dolcè, grazie all’ ottimo lavoro di Luciana Albrigo. Avete un nuovo punto a Stephy di Caprino V.se ed a Verona: a cosa puntate, ormai? Cantina Valdadige su Marte?”

(T.V.): “Il cambio di gestione ha dato opportunità di nuova vita per il nostro Wine Bar: la situazione precedente con due realtà separate che non si parlavano e che perseguivano obbiettivi diversi erano ormai arrivate a conclusione e ci ha permesso di arrivare all’ attuale gestione unica che ci permette di tenere il punto vendita aperto sette giorni su sette, dodici ore al giorno, dando cosi alla clientela un servizio più ampio nel tempo e più efficace nella sostanza. Il coinvolgimento del bar di Peri (Vr) è stato anche il primo passo per una nuova avventura che ci porta adesso ad avere già altri due punti vendita, uno a Caprino V.Se presso il negozio Stephy ed uno a Verona presso l’enoteca WonderWine in via Ciro Ferrari 1, realtà che vogliamo espandere cercando di creare partnership ma solo con operatori convinti della bontà e qualità dei nostri vini.”

(IV): “Il continuo disboscamento di aree boschive ora adibite ad agricoltura vitivinicola ha provocato lo spostamento di animali sempre più in basso sulle strade Statali e Provinciali che attraversano la nostra amata Valle, oltre ad avere praticamente i cinghiali in casa che ovviamente provocano spese accessorie come reti per preservare i vitigni e l’ incolumità delle strade; le chiedo, in tutta sincerità, se vi è il rischio che possa succedere come nella vicina Valpolicella con le piogge degli ultimi anni, nella quale vi sono stati grandi disagi e rischi idrogeologici. Cosa ha in mente la Cantina per ripararci da questo rischio?”

(T.V.): “La cantina ha sempre sconsigliato questo approccio dissennato al territorio, cercando di indirizzare il contadino ad un più razionale e mirato uso di quello che è già un patrimonio importante per l’economia della Valdadige: la testimonianza di chi nel passato ha tentato interventi onerosi o magari si è fidato del miraggio di colture alternative dai guadagni facili e si è scottato le mani ha frenato questi tentativi di sviluppo dissennato e ci ha portati a soppesare più che bene le nostre scelte.

Purtroppo la gestione allegra dei territori sta creando anche da noi seri problemi, i cinghiali ma anche caprioli e cervi stanno dando seri problemi soprattutto nel comune di Dolcè, dove ci si vede costretti a recintare qualsiasi coltura, pena il ritrovarsi con danni ingenti e con la produzione a zero, senza contare gli ormai innumerevoli incidenti che avvengono sulla statale 12 e provinciale 11 a danno di animali selvatici.”

(IV): “Ultima domanda, poi la lasceremo al Suo prezioso lavoro per buona parte della Comunità: visto il tentativo di lanciare la Valdadige turisticamente, agganciata al Garda-Baldo, vi sono in programma visite guidate alla Cantina, in una sorta di progetto simile alla Cittadella del Vino di Mezzacorona? Non come ora, fatte un po’ a pezza, ma sistematicamente con organizzazioni di viaggi, degustazioni e visite dei vitigni, ovviamente il tutto abbinato alla magnificenza del territorio attraversato dall’ Adige? Potrebbe, in futuro, essere un’ opzione?”

(T.V.): “Devo con rammarico constatare che le associazioni di categoria in Valdadige sono praticamente assenti ed anche il consorzio “TerradeiForti” è quasi -se non morto- fortemente sopito: sto tentando da tre anni di risvegliarlo ma non ci sono riuscito, comunque non demordo.

Quello che si fa in questo momento si porta avanti ognuno per il proprio mulino e con poca voglia di collaborazione ad esclusione di Corteggiando (la manifestazione di Luglio a Brentino V.se, ndR) , che è l’unico evento che vede unite le realtà economiche e le amministrazioni, ma mestamente dopo tre\quattro giorni dai fuochi artificiali tutto finisce. Come amministrazione comunale ci sono progetti in tal senso ma come ben sapete i tempi della burocrazia sono infiniti.

Noi come Cantina Valdadige con gli eventi enogastronomici che facciamo presso i Wine Bar e con gli incontri a tema o corsi di aggiornamento che facciamo nella nostra sala assemblee cerchiamo di creare un polo di crescita, di visibilità ma anche di coinvolgimento per il mondo vitivinicolo della nostra valle, perché tutti i nostri eventi non sono riservati ai soli soci, ma aperti a tutti (anche alle cantine concorrenti).”

Proverbi, detti e motti della Valdadige veronese

ph. Enrico Calcagni

Una piccola prima premessa di dovere: non ci possiamo certo vantare di aver raccolto TUTTI i motti, modi di dire, proverbi e detti della Valdadèse (dei quali presto vogliamo fare un piccolo video montato con varie persone della Vàl che li recitano): se volete aggiungerne -la lista è in continua variazione- o contestarne la provenienza Vi invitiamo come sempre a inviare il tutto (come sempre anche il materiale fotografico) a “invaldadige@gmail.com“dove vaglieremo il tutto e lo archivieremo come abbiamo fatto finora con successo.

Un’ altra piccola osservazione è che la Valdadige è una terra di confine da secoli, da molto prima del famoso confine Italico- Asburgico, e come tutti i confini è permeabile ed in movimento, per cui vi possono essere influenze trentine, gardesane e persino lombarde nei detti sottoesposti.

BUONA LETTURA!

Metter el cùl ne le pessatè” (mettere il culo da dove vengono le pedate)

A l’è na Russia” (chiaro riferimento alla Campagna di Russia da parte italiana della Seconda Guerra Mondiale ed alla disperata e disordinata ritirata: può essere tradotto con “è un casino” o “è una battaglia” persino, riferendosi ad un altro modo di dire militaresco entrato nel vocabolario comune “è una Caporetto”)

L’è na roba che fa indrissar la gòba!” (Una cosa incredibile, da far “raddrizzare la gobba”; il divertimento si basa ovviamente sulla rima)

Nol move nè cùl nè còa” (“Non si muove”, riferito indistintamente a umani e bestie)

Te sì indrìo come el coìn del musso!” (“Sei indietro come la coda del mulo”, sei lento, tardo: la coda del musso è dietro a tutto quello che viene considerata una bestia stupida)

En dosso e na vàl fa gualivo” (“Un dosso ed una cunetta si compensano: fa gualivo, cioè rende uguale)

El tempo che fa a Santa Bibbiana dura trenta dì e na stimana” (“Il tempo che fa a Santa Bibbiana dovrebbe durata un mese ed una settimana”, previsione che l’ amico del sito Meteo Caprino Veronese ha confermato, per un fenomeno metereologico che però non sappiamo spiegare e per il quale Vi inviatiamo a confrontarVi con lui)

Quando el Baldo el ga el capèl o che fa bruto o che fa bel” (“Quando il Baldo ha il cappello -fenomeno spiegato nel primo articolo del nostro blog- o che fa brutto tempo o che porta sereno”, ovviamente una previsione inutile che si basa sul divertimento della rima dialettale)

Quel che no strangola ingrassa e quel che no imbuga passa” (“Quello che non strangola ingrassa -ovvero ciò che non ti uccide ti nutre, fortificandoti- e ciò che passa non riempiendo allo sfinimento lo stesso”)

Quei da Rivalta endo che no i vede i palpa” (questo è l’unico detto veramente mirato che abbiamo trovato, vi inviatiamo a segnalarcene altri: non ce ne vogliano gli amici della Sede Comunale di Brentino Belluno! “La gente da Rivalta -Veronese- dove non vedono palpano”(vogliamo sperare che sia per “procedere a tentoni” e non più volgare)

Tempo, cùl e siori fa quel i vol lori” (“Tempo, moti intestinali e Signori -ricchi- fanno ciò che vogliono”)

Ci no ga testa ga gambe!” (“Chi non ha testa avrà gambe”, rivolto a chi soffre di dimenticanze o semplice ‘testa fra le nuvole’: se scorderà varie volte una cosa scarpinerà di più)

Mi alla tò età saltava i fossi par el lòngo” (“Alla tua età saltavo i fossi per il lungo”: alzi la mano chi non si è sentito rivolgere mai da qualche nonno o zio anziano o persino dai genitori questa perla: loro alla giovane età non solo saltavano i fossi, ma anche “par el longo”, ovvero per la loro percorrenza e non nel punto dove erano le sponde. E lo ripeteremo anche noi, lo sappiamo)

Muso duro e barèta fracà” (“Muso duro e berretto ben piantato”, modo di dire per “vado avanti senza compromessi”)

El gà el morbìn!” (“Ha il…???” quando una persona o un animale è particolarmente agitato o su di giri vi è questo modo di dire intraducibile: qualche volta filtra la forma “boresso” più veneto orientale ed infatti più rara)

Ci va all’ osto perde el posto” (“Chi va all’ osteria perde il posto in fila a sedere”, invito a non abbandonare le file o le rette vie)

Ghe dago na sbailà de tajòn” (“Gli tiro una badilata di taglio”: probabilmente filtrata dal vicino Trentino (“tajòn”), indica il modo di fare più male possibile visto la badilata di taglio è molto più pericolosa di quella a vanga)

L’ è peso che ndar de note!” (“E’ peggio che andare di notte!”, quando le situazioni sono poco chiare o le cose non si risolvono qualcuno sbaglia)

Tacàr el capel al ciodo” (“Attaccare il cappello al chiodo”, è un modo dispregiativo di indicare un uomo che si è accasato approfittando della posizione della moglie, retaggio di quando solo gli uomini dovevano lavorare per mantenere la famiglia ed un uomo simile era visto con disprezzo)

Te sì come la tompesta sùta!” (“Sei come la tempesta asciutta!”; visto che dalle nostre parti tempeste di sabbia non si hanno iniziato a vedersi fino a pochi anni fa, non è completamente traducibile: in ogni caso è di solito rivolto a qualche bambino che non la smette di combinare guai)

“Se fa bel Ala Candelora da l’ inverno semo fòra, ma se piove o tira vento ne l’ inverno semo tento” (previsione azzardata sul tempo che farà dalla cerimonia della “Candelora”, ovvero processione con candele che cade il 02 febbraio, per prevedere quanto durerà l’inverno)

Per ora è tutto, amici Valdadensi e non: lo sappiamo, la lista è ancora corte e le spiegazioni ancora incerte, ma col Vostro aiuto speriamo di continuare ad ampliarla; come già detto e ripetuto, ogni aiuto è valido all’ indirizzo invaldadige@gmail.com

Alla prossima settimana

Il ruolo della speranza nella malattia: la testimonianza di una persona della Valdadige nel suo percorso di guarigione.

Buongiorno e buona domenica, amici Valdadensi e non.

Nello scorso articolo abbiamo parlato del fine-vita grazie agli amici della associazione Amo Baldo- Garda “Miki De Beni” ed abbiamo atteso così a lungo per pubblicare un articolo per poter portare una testimonianza del lato speculare del ciclo della malattia: un racconto di speranza e di guarigione completa di una persona.

Come l’ Intervistato (anonimo, sulla quarantina; completamente guarito) ha detto ad un certo punto: “Sono pragmatico, so che sono stati i medici, le loro terapie e la loro opera a guarirmi ma non bisogna togliere LA SPERANZA: è stata questa a farmi andare avanti nei momenti difficili ed è stata sempre questa a farmi riprendere quasi miracolosamente in pochissimo tempo”, la parola chiave di questo articolo e che permea il suo racconto è la “SPERANZA”.

Come detto precedentemente in una pausa dell’ intervista dalla Presidentessa Amo Carla De Beni, guarita anch’ essa: “Dobbiamo ricordarci anche che di cancro si guarisce, al giorno d’ oggi”.

Andiamo perciò a leggere di questa speranza, l’ altro capo di quel sali-scendi terribile che è la malattia, tramite le parole di questa persona Intervistata Anonima.

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(InValdadige): “Buongiorno e grazie per il tempo concessoci: ci vuoi dire che aspetto ti ha colpito di più della tua malattia?”

(Intervistata Anonima): “Buongiorno e grazie a voi per avermi dato il modo di amplificare le mie parole dopo questa terribile esperienza. Sì, vi è stata una cosa che mi ha molto colpito ed è lo stato confusionario in cui si viene lasciati dopo la diagnosi; il mio era un tumore avanzato, una massa oltretutto in una posizione quantomeno inusuale, eppure per quasi un mese dopo la diagnosi di tumore maligno non mi è stato detto nulla né fatto nulla né inteso che mi avrebbe dovuto fare qualcosa. Il buio completo. Questa non è una cosa positiva; non intendo dire che non avessero intenzione di non curarmi, ma io non ero assolutamente informata su cosa ne sarebbe stato di me, ero come in stand by e mi sentivo persa: dovevo insistere per sapere ogni cosa, all’ inizio.”

(IV): “Ti va di spiegarci come ti sei accorta di cosa non andava? E come sei arrivata alla diagnosi?”

(I.A.): “Il mio tumore era sì avanzato ma purtroppo anche asintomatico ed è stato scoperto per caso: durante l’ estate 2018 ho avuto problemi a gamba e polmoni. Di tre medici per fortuna l’ ha avuta vinta quella che ha voluto vederci più chiaro: a fine agosto la prima diagnosi purtroppo anche definitiva: massa tumorale maligna avanzata. E lì sono iniziati i primi guai.”

(IV): “Hai avuto problemi con la terapia?”

(I.A.): “Ecco, come ripeto la terapia all’ inizio non è esistita: i medici, i radioterapisti, i tecnici sono stati tutti meravigliosi ma nulla stava partendo! Complice la zona inusuale ed il fatto che fosse avanzato, quasi asintomatico se non fosse stato per il dolore alla gamba ed una lieve febbricciola, non sapevano come procedere e specialmente non me ne davano notizie.

Dopo un mese di non-progressi, su iniziativa personale spinta da amici e familiari, mi sono messa in contatto direttamente col reparto di Oncologia all’ Ospedale di Negrar: lì in due giorni mi hanno dato l’appuntamento, prendendo subito le mie cartelle spedite via mail, e mi hanno messo subito sotto il primo trattamento: trattamento chemio.”

(IV): “Le chemioterapie hanno dato risultato? Non tutti abbiamo avuto a chè fare con tumori e terapie (-per fortuna nostra, ndR-), perciò ti chiedo come andassero.”

(I.A.): “Ecco, io ho svolto chemioterapie ogni 21 giorni circa e posso dire sinceramente che su quei 21 giorni 18 soffrivo tremendamente: la chemio non lasciava solo dolore fisico e nausea, effetti collaterali molto comuni, ma anche un profondo dolore morale. Sono arrivata a pensare che nessun essere umano dovesse soffrire così, ma per fortuna in Oncologia a Negrar, dove si svolgevano le terapie, era molto presenta una dottoressa psicologa che offriva il suo supporto ed il suo aiuto, con la quale accettai di fare un percorso.

La presenza umana era molto attenta, così come con le terapie successive a Trento in cui i volontari della LILT (Lega Italiana Lotta ai Tumori) con la sola presenza o l’ offerta di caramelle e tisane, o con la testimonianze di donne guarite dallo stesso male, non mi hanno mai fatto sentire un semplice numero o uno fra i tanti, ma una persona vera e reale, perciò in grado di combattere.

C’è da specificare che comunque non tutte le persone soffrono così tanto per le chemioterapie: una mia amica sta facendo lo stesso percorso e non soffre quasi di effetti collaterali; non voglio spaventare nessuno.

In ogni caso l’ ultima chemio è stata fatta a fine dicembre 2018 ed a gennaio 2019, a seguito di analisi, si è registrata una situazione di stand-by; il tumore non era progredito ma neppure retrocesso. A quel momento si è deciso di operare, cosa per la quale il cardiochirurgo vascolare a cui ero affidata era propositivo fin dall’ inizio. Lì vi è stata la vera svolta.”

(IV): “Dai nostri incontri preliminari ricordo che doveva essere solo una operazione esplorativa.”

(I.A.): “Doveva essere solo una operazione esplorativa, per controllare lo stato della massa, e durare poco: praticamente aprire e guardare. Invece il chirurgo, che ringrazio ancora ora perchè mi ha letteralmente salvato la vita, ha trovato il tumore primitivo e ha rimosso più del 60% del “Mostro”, tutto ciò che non era attaccato ad arterie ed altri organi, in una operazione ben più lunga del previsto.

Parlo di “svolta” perchè da quel momento non ho più avuto la febbricciola che ha caratterizzato l’andamento della malattia fino a quel momento ed i dolori agli arti. Da quel momento la terapia ha assunto ben altro grado di difficoltà, molto più accessibile.”

(IV): “Prima di proseguire col racconto vorrei fare un breve excursus: siccome nel precedente articolo abbiamo parlato dell’ associazione Amo e tu hai nominato la LILT, ti chiediamo se hai avuto il supporto di altre associazioni per le cure o se la tua famiglia si è fatta carico di tutto, col peso che possiamo immaginare ne può derivare.”

(I.A.): “Dunque: forse vi sarebbero state associazioni che mi avrebbero aiutato ma io non le ho cercate; non ho parlato neppure col mio medico di base per quasi tutta la terapia! Per cui sono stati la mia famiglia ed i miei amici a prendersi cura di me, in tanti modi: certe persone, avendo passato la malattia di un loro parente, non avevano il coraggio di vedermi e mi avvisavano di ciò, facendosi sentire molto per telefono o via messaggio, strappandomi un sorriso: io non ce l’ho assolutamente con loro, mi hanno aiutato in altro modo. I miei genitori sono stati meravigliosi, forti e combattivi nei momenti di debolezza ovvi in seguito alle chemio, quando tutto non sembrava muoversi. Mi hanno letteralmente spinto nell’ ospedale, qualche volta! Purtroppo devo dire che vi sono state anche persone che si sono dileguate ma che devo dire… Staranno al posto che compete loro e che si meritano.”

(IV): “Il resto della terapia, che ti ha portato a guarigione, com’ è andata? A proposito, ti hanno mai detto che avresti potuto guarire al 100%? Guarigione completa?”

(I.A.): “Le parole ‘guarigione completa’ non sono MAI state dette, perchè in situazioni simili e con tutto il tempo negativo che si ha a disposizione, purtroppo ci si attacca ad ogni parola dei medici sia in negativo che in positivo, e li mette in posizione di facili accuse.

Dall’ operazione in poi, senza che io mi scomodassi neppure a toccare il telefono in una collaborazione tra aziende ospedaliere perfetta, da Negrar mi hanno rimandato a Trento a fare altre terapie: inutile dire che il modo di affrontare il dolore era molto diverso ora che sapevo cosa era stato fatto durante l’operazione: la sensazione di speranza, che non mi aveva mai abbandonata, era molto rafforzata. A maggio 2019 feci la mia ultima radioterapia e la lasciammo lavorare per due mesi, come di dovere: a settembre 2019 feci i miei primi esami post- terapia col fiato sospeso e l’ 11 settembre 2019 sono stata dichiarata completamente guarita dalla mia oncologa dell’ Ospedale di Trento. ”

(IV): “Moralmente come ti sentivi durante le terapie? E’ stato un vero tornado nel tuo caso: in un anno da tumore avanzato a completa guarigione.”

(I.A.): “Ecco, una cosa che ha preso spesso il sopravvento è stata la rabbia: avevo fatto un check up giusto un anno prima nella zona ed era tutto a posto, non avevo comportamenti a rischio: come era possibile che fosse successo tutto così in fretta ed a me? La rabbia è stata veramente tanta e devo dire che mi ha aiutato a non restare senza reazione: nonostante abbia pensato qualche volta al fine vita -più per pensare come comportarmi con i miei familiari che avrebbero sofferto tantissimo- non mi sono mai arresa, non ho mai perso veramente le speranze.

Ovviamente ho fatto qualche pianto, qualche sfogo, urlato, qualche episodio depressivo, ma sono stati anche chiari effetti collaterali della terapia ed ovvio sconforto; in realtà non ho mai pensato che non potessi guarire ed è ciò che voglio far passare come messaggio: è ovvio che siano state le terapie applicate dai medici a guarirmi ma la speranza mi ha permesso di rialzarmi in fretta e di affrettare i tempi di ripresa, ne sono sicura.

Voglio far passare il messaggio che sfogarsi, piangere, urlare va bene, ma mai perdere la speranza se questa ha motivo di esserci, se l’ultima parola non è ancora detta.”

(IV): “E oltre alla rabbia, come reazione ed energia, ed al supporto psicologico e della LILT, cosa hai usato tu come autoaiuto per tè stessa?”

(I.A.): “Io ho deciso che sarei dovuta guarire per una serie di promesse che mi sono fatta durante la terapia e di premi concessi a mè stessa che continuavo a rimandare: uno tra questo è un viaggio in Scandinavia che desidero da tempo!

Perchè è vero che io ho sconfitto un mostro, ma resto con una sensazione di fatalismo molto forte: vorrei non agire come volontaria nel senso tradizionale del termine, ma fermarmi a parlare con ogni persona che sta gettando il suo tempo e spronarla ad agire, a fare qualcosa. Perchè proprio aver toccato il pericolo mi ha fatto rendere conto che questo tempo concessoci è poco e ci può essere strappato di mano molto facilmente, perciò bisogna agire.”

(IV): “In un discorso preliminare avevi accennato a Chernobyl con rabbia e questo mi porta ad una domanda che potrebbe sembrarti strana: hai detto che è cambiata la tua percezione del pericolo, in che senso? Senti molto più il pericolo in questo mondo?”

(I.A.): “Certo, e non solo per le conseguenze di Chernobyl, ma guardiamoci attorno: non voglio fare la Greta della situazione ma i casi di tumore in questa piccola Comunità sono ormai uno al giorno e abitiamo ancora in una parte di mondo relativamente sana; il mondo ci sta sprofondando sotto i piedi, letteralmente.

Ma questo non deve portarci a disperare bensì ad agire.”

(IV): “Essendo questo un blog sul Territorio della Valdadige ed essendone tu una cittadina, seppure anonima, usciamo un attimo dalla narrazione e dimmi: come descriveresti la nostra terra?”

(I.A.): “Tutte le persone che sono venute a conoscenza del mio caso non hanno mai lasciato né me né i miei genitori a corto di un sorriso o ci hanno fatto sentire soli od isolati: per me la Valdadige è CASA.”

(IV): “Siamo alle ultime battute: hai qualche consiglio od esortazione, riguardando la tua storia?”

(I.A.): “Sì: intanto PRETENDETE che vi siano date informazioni, non brancolate nel buio e prendete in mano la situazione o fatela prendere da chi vi fidate.

E poi prendetevi del tempo e, vi supplico, CONTROLLATEVI: lo so che le liste d’attesa sono lunghe, che siamo un territorio isolato e difficile, che il vostro corpo vi sta dicendo che va tutto bene, che la giornata di riposo in analisi sembra “buttata” ma FATE PREVENZIONE. Prendetevi una settimana ogni tot tempo e concentrate le vostre forza, ma non arrivate al punto in cui non sapete dove sbattere la testa.

Fatelo per voi.”

IntervistiAMO: conosciamo meglio la Onlus AMO BALDO-GARDA “Miki De Beni”

Buona settimana nella nostra splendida Valdadige nei suoi magnifici colori autunnali, amici Valdadensi e non.

Come ben sappiamo, purtroppo, nonostante gli sforzi dei Comuni che compongono la nostra Valdadige veronese e dei medici di base (vedasi la nuova struttura poliambulatoriale di Rivalta V.se di Brentino Belluno e la disponibilità della farmacia Valdadige), l’accesso alla Sanità è sempre stato difficoltoso per noi, specialmente per una mera questione di distanza: l’ accentramento sempre crescente ad opera della Ausl 9 ed il nostro Territorio stesso non facilitano veloci accessi negli ospedali di zona.

Questo problema diventa non solo oneroso ma anche penoso con la presenza di nostri cari richiedenti cure costanti e con l’ imprevedibilità della malattia, specialmente al giorno d’ oggi in cui i ritmi lavorativi sono frenetici e non vengono fatte purtroppo deroghe per delle cure che possono essere anche protratte nel tempo, costringendo a veri e propri tours de forces i familiari e amici che assistono il malato: purtroppo sono situazioni a cui che assistiamo dolorosamente spesso attorno a noi.

Stiamo parlando, purtroppo, di malattie oncologiche in fase terminale.

Chi deve assistere 24 ore su 24 un proprio caro in fase terminale (che, ricordiamo, non ha un tempo assolutamente stimabile e che è soggetto a infinite variabili) spesso si ammala a sua volta, ha ricadute psicologiche, è soggetto a depressioni e persino a idee suicidarie: la solitudine, il dolore della consapevolezza della malattia ma anche la tensione a cui si è sottoposti e la forza materiale che serve per assistere una persona in un percorso simile tende a spezzare la nostra anima e ben pochi escono da situazioni luttuose di tale natura con serenità.

In questo fosco dipinto in cui tutto sembra senza soluzione abbiamo voluto portare alla luce, come un faro potente, il lavoro della Associazione Onlus AMO BALDO- GARDA “MIKI DE BENI” (Associazione per Assistenza Domiciliare del Malato Oncologico), volta ad aiutare nell’ aiutare i familiari del malato ed il malato stesso ad evitare queste situazioni di solitudine e disperazione, e ad assiterli in un percorso difficile garantendo la dignità che dovrebbe accompagnare ogni essere umano dall’ inizio alla fine della propria esistenza, assistito così fin dove possibile dall’ affetto dei propri cari grazie ad un team che permette l’assistenza domiciliare ad ognuno, anche il più indigente; questa associazione, nata a Bardolino, si occupa dei nostri cari anche in Valdadige ma vediamo che non tutti conoscono il loro nobile ed utile lavoro che tanto allevia il dolore di tante persone, così ci siamo permessi di chiedere un’ intervista alla Presidentessa Carla De Beni per illuminarci sul loro operato.

Vi è un modo di dire che in sostanza dice “felice di averti conosciuto, anche se in queste circostanze; speriamo di rivederci in altre”; è ciò che ci auguriamo avvenga.

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(InValdadige): “Buongiorno Presidentessa De Beni: leggiamo dal vostro sito che la Onlus Amo Baldo-Garda ‘Miki De Beni’ è originaria del 2003. Possiamo chiederle da che esperienza è stata tratta questa iniziativa?”

(Presidentessa AMO, Dott.sa Carla De Beni): “Buongiorno: l’ Associazione è stata fondata sostanzialmente da tre persone: dal dottor Gaetano Benati, attuale medico di base di Bardolino, da Ivan De Beni, già sindaco di Bardolino, e dal purtroppo defunto dottor Gianfranco Maffezzoli, anestesista.

Nel 2003 la madre del signor De Beni, soprannominata “Miki”, si ammalò e venne seguita in casa da questo primitivo nucleo, che porrà le basi per il lavoro che svolge attualmente l’ AMO: la signora espresse come desiderio al proprio figlio che questo tipo di cure palliative a domicilio, a contatto coi propri cari, venissero rese accessibili a tutti, anche ai più indigenti, ed il figlio Ivan con i due medici sopracitati che seguirono la signora si adoperarono per creare questa associazione.

L’ Associazione è partita con pochi casi, prevalentemente seguiti sul Lago di Garda, e si è trovata ad una crescita di accessi sempre più esponenziale, allargando notevolmente la zona in cui opera. Rispondiamo a richieste da Peschiera, dall’ Alto Garda, dal Baldo, dalla Valpolicella ed appunto dalla vostra Valdadige: tentiamo di arrivare fin dove possiamo prestare aiuto. Ovviamente vi sono altre associazioni per il resto del territorio.”

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(IV): “Come avviene la transizione per affidarsi alle vostre cure? In che modo avviene un accesso di un malato?”

(C. De Beni): ”Il caso può essere segnalato tramite richiesta di privato (familiari, solitamente), del medico curante o tramite l’ ospedale: noi interveniamo quando le cure ospedaliere sono inutili ed entrano in gioco le cure palliative, in modo che il caro ammalato possa restare fino agli ultimi giorni nella propria casa, circondato dall’ affetto dei propri familiari in modo da non rendere un ricovero inutilmente penoso per tutti: per rendere possibile questa cosa occorre una assistenza h 24\24, vista l’ imprevedibilità dei casi, che il nostro staff è disposto a dare, coordinandosi con le strutture sanitarie e con il medico di base che segue l’ ammalato e dando tutta la sua disponibilità.

Il nostro scopo è che il paziente non soffra e che venga accompagnato serenamente e dignitosamente in questo percorso; questo grazie al nostro aggiornamento continuo sulle cure palliative, in cui i nostri operatori sono formati ed assistiti anche dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di Verona- .”

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(IV): “Di quante persone è perciò composto lo staff dell’ Amo Baldo-Garda, per una assistenza così completa?”

(C. De Beni): “Ad oggi il nostro team è composto di 12 infermieri, 6 dottori che operano 24\24 ore ed una psicologa: la nostra Associazione supporta anche psicologicamente sia i malati che i familiari, nella fase di accompagnamento e di superamento del lutto, essendo un aspetto molto importante in questa fase.

Ogni martedì vi è poi una riunione dell’ équipe in cui si discute dei casi uno per uno, singolarmente, poiché tutti con le loro peculiarità e difficoltà personali; in queste riunioni si possono anche affrontare le difficoltà che incontra il personale quali possono essere a loro volta lutti e dispiaceri, avendo a ché fare con vite umane ed essendo un lavoro con alta empatia.”

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(IV): ”Una domanda venale: un supporto simile oseremmo dire ‘totale’ come riesce ad autofinanzarsi?”

(C. De Beni):” L’ Associazione, essendo una Onlus, non chiede nulla ai malati o ai familiari per la loro assistenza e tutto il nostro bilancio finisce nel nostro lavoro: ci finanziamo con donazioni (ndR: trovate sul volantino riportato i dati per una donazione volontaria) e con il lavoro di molti volontari che costituiscono vari Gruppi Amici AMO, distribuiti un po’ ovunque: vi sono a Lazise, a Bardolino, a Brenzone (i vari eventi ed iniziative si trovano anche sulla pagina fb https://www.facebook.com/amobaldogarda/ ), spesso organizzano serate, cene, iniziative e lavoretti (bomboniere, mercatini…) per raccogliere fondi per la nostra Associazione. Sono molto attivi e molto distribuiti.

Potreste attivarvi anche in Valdadige per costituirne uno; i Comuni donano sempre con disponibilità gli spazi per le iniziative dei nostri gruppi amici.”

(ndR: invitiamo a prendere seriamente in considerazione la proposta, amici)

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Cari amici, avevamo molte domande ma la Presidentessa De Beni ci ha fatto rendere conto dell’ enormità del lavoro dell’ AMO Baldo-Garda con una sola definizione: “assistenza h24\24”; noi personalmente ed alcuni nostri amici siamo stati toccati personalmente dal lavoro impagabile di questa Onlus e crediamo che non servano sprecare ulteriori parole.

Come abbiamo accennato all’inizio, non abbiamo affrontato un argomento facile, ne siamo consapevoli, ma abbiamo voluto porre la luce sulla loro presenza, discrezione e sul loro lavoro per rendere più sereni noi ed i nostro cari; hanno aiutato tante persone in Valdadige (e ovviamente nel loro lungo lavoro) e tante ne aiuteranno ancora.

Loro ci sono, per noi.

Ed è nostro dovere, come sottolineato prima, aiutarli per aiutarci.

Per eventuali donazioni o informazioni (anche per, come detto, organizzarsi per qualche iniziativa) vi postiamo i loro recapiti.

Il treno da Verona; l’arrivo in Valdadige

Il treno parte da Verona Porta Nuova, lasciando la città di provincia che deve molta della sua fama al fiume Adige. Arrivando da Venezia verso la città scaligera, nelle belle giornate il fiume risplende sotto il sole, così come nelle sere d’inverno riflette lampioni sui suoi famosi lungofiume chiamati, giustamente, “Lungadige”, magari avvolti nella impalpabile nebbia tanto odiata dagli automobilisti quanto amata dagli innamorati che attira la città, che rende il maestoso fiume più magico ed ingannevolmente placido.

Il nostro treno parte per il nord sulla linea del Brennero, verso il Trentino- Alto Adige, ed attraversa e segue a distanza il fiume, come in un balletto di corteggiamento tra due bambini, ma uno salendo a nord e l’altro scendendo verso il mare Adriatico, immutato da millenni e con finta calma, apprestandosi ad attraversare la città scaligera mentre noi la lasciamo.

Costeggiano la Valpolicella senza mai entrarci, solo osservandola da lontano: i profumi ed i colori primaverili ed estivi de “Il Giardino di Verona” vengono percepiti ben più al di là di Pescantina, città Medaglia D’oro al Valore Civile per meriti di accoglienza nel tragico secondo Dopoguerra italiano; arrivano quasi sul Lago di Garda, altra perla che ruota attorno a quel diamante incastonato tra le meraviglie che è la città di Verona.

Infine, il panorama si restringe di molto all’altezza di Domegliara, dal famoso treno: il Baldo, catena montuosa famosissima per essere “Hortus Europae” incombe ad Ovest, la Lessinia ad Est proprio sopra la ferrovia; il viaggiatore infila un moderno tunnel al posto del quale, un tempo, i trenini sbuffanti percorrevano gran tratto della ferrovia di ideazione asburgica che costeggiavano, ammirandola, la Chiusa Veneta: grandissima opera congiunta della natura e dell’ingegneria civile umana come imponenza di dogana e confine, in perfetta simbiosi su quello strapiombo di rocce ed acqua.

Si riusciva a scorgere il Forte di Rivoli dal treno un tempo, facente parte assieme al Forte San Marco di Canale nella destra orografica dell’Adige e con i Forti di Monte e di Ceraino sulla sinistra del complesso fortilizio difensivo di fine ‘800 asburgico denominato “I forti di Rivoli”: quante dominazioni e quanti confini hanno assaggiato questa terra? Basti pensare a “Rue de Rivoli”, il segno lasciato persino dall’ esercito napoleonico. E ancora prima la Serenissima… a risalire con battaglie, offensive ed eserciti, nella più degna tradizione di una terra di confine.

Lì inizia la Valdadige (“sora la Ciusa de Cerain”), ma aspettiamo l’uscita del treno dalla “nuova” galleria (in servizio dal 1997 ma per molti ancora ‘nuova’, come a simboleggiare la diversa percezione del tempo in questo territorio) che sbuca come un proiettile a Dolcè per ritrovarsi a fianco delle dolci anse del Fiume in un territorio verde e brulicante di vigneti.

Il treno rallenta e si ferma alla stazioncina, mentre qualche passeggero allunga l’occhio al panorama di campi coltivati a pregiati vitigni ed alle rocce da ambo i lati della Valle con in mezzo l’Adige, che dà il nome ai nostri ameni anche se aspri, amatissimi luoghi.

Il treno riparte e voi vi apprestate, siate viaggiatori pendolari del luogo o siate di lunga percorrenza tra Roma e Bolzano, ad ammirare questo territorio all’apparenza brullo ma che, come tutte le forti comunità, è foriero di storia e di vita grazie all’ ex confine AustroUngarico, che si incontrerà più a nord, ma specialmente proprio grazie all’Adige,il grande messaggero e nostro amato fiume che dolcemente, d’ora in poi, vi accompagnerà per tutto il viaggio.

BEN ARRIVATI “IN VALDADIGE”

InValdadige ❤ Staff

Meteo Caprino Veronese: intervista a Nicola Bortoletto

Buongiorno a tutti, Valdadensi e non; è con orgoglio che apriamo questo WordPress con una intervista super a Nicola Bortoletto.

Figuro molto conosciuto nei tarocchi veneti,si dice che l’esemplare maschile capotribù della specie “Meteus Carpinum Veronensis”, freddofilo convinto, si aggiri di notte d’estate ululando ‘no se ghe ne pol piuuuuuuuù’ al suo nemico, il caldo, in modo da intimorirlo senza avere successo.

In alta quota sfoggia un piumaggio fluo in modo da essere segnalato agli elicotteri.

Scherziamo

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Vogliamo ringraziare in anticipo Nicola Bortoletto per la sua disponibilità e per il tempo dedicatoci anche ad ulteriori spiegazioni: come sempre Nicola si dimostra un ottimo figlio della Valdadige e ne darà ancora prova, non necessaria, con questa intervista riguardante il Nostro Territorio.

Vai, Meteo Caprino Veronese!

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(INVALDADIGE): Caro Nicola, innanzitutto grazie per questa occasione; sappiamo che ormai sei diventato una social celebrity, chiamato a divulgare la sottile arte meteorologica in cui nessuno è padrone ma nella quale, specie con un’economia fortemente improntata alla monocoltura come la Valdadige, si tenta comunque di provare. Tutto questo è partito da Peri, comunque; senti un debito nei confronti della Valdadige, comunque tua terra natia?

(NICOLA BORTOLETTO, creatore di Meteo Caprino Veronese): Ciao a tutti! Beh, per me la Valdadige rimane sempre la mia terra, quando vado in giro a parlare di Meteo ricordo sempre che la mia passione è nata a Peri, il mio paese natale; ricordo di quando mia nonna mi faceva sedere sulle sue gambe per mostrarmi il ‘Cavalòn’ sul Baldo, di quando mi raccontava e spiegava tutte le credenze popolari sul meteo: insomma le mie radici sono lì e lì rimarranno. Mi immagino come un albero cresciuto al limitare di un muro, che fonda la proprie radici da un lato ma che poi crescendo sia finito con le fronde sul lato opposto e li ha poi dato i suoi frutti.

(I.V.): Ci spieghi cosa è il famoso ‘Cavalòn’ sul Baldo, vista la sua importanza?

(N.B.): In gergo tecnico è un’onda orografica ossia un’ onda statica che si forma in atmosfera terrestre in prossimità delle cime delle montagne; entrando ancora più nel dettaglio si tratta di una nube lenticolare che ‘avvolge’ la corna del Baldo rimanendo ‘statica’ per molto tempo. Non è il classico ‘capèl’ perchè el ‘cavalòn’ completamente ‘lisciato’ alla sommità proprio dai venti che hanno contribuito alla sua formazione. In gergo ‘Valdadese’ quando arriva el cavalon el tempo el cambia entro pochi giorni: spesso el cambiamento è imminente…. E difficilmente sbaglia.

(I.V): Quali sono le condizioni climatiche che rendono speciale la Valdadige per poter coltivare un uvaggio che è tipico delle monocolture trentine ma con risultati differenti (e soddisfacenti, diremmo)? Ci è stato parlato di microclima unico ed eccezionale dai somelliers di vino ma, ammettendo la nostra ignoranza in materia, passiamo a te la palla.

(N.B.): La Valdadige essendo una valle percorsa da un grande fiume ha tutte quelle caratteristiche tipiche di questi ambienti: in inverno può mantenere per giorni temperature molto basse soprattutto in assenza di vento mentre in estate, sempre in assenza di vento, può raggiungere livelli di umidità molto alti e questa la rendono spesso preda di forti temporali. Ma la caratteristica più importante, ed è il motivo per cui prima ho sottolineato per ben due volte che tali condizioni si verificano in assenza di vento, è che in realtà è una zona piuttosto ventosa sia per effetto del Foehn che scende direttamente dai valichi alpini ma soprattutto per quello che in maniera quasi costante scende dalla Lessinia. Questo vento asciuga l’ aria e fa sì che le coltivazioni (più lontane dall’Adige) possano maturare meglio e più riparate da eventuali malattie dovute alla troppa umidità.

(I.V.): Hai avuto a che fare con molte critiche, purtroppo si manifestano persino in una piccola pagina, figurarsi con te che ormai hai 57k di followers: come riesci a rapportarti con gli haters quando i toni diventano saccenti o si alzano troppo?

(N.B.): Con gli haters, che fortunatamente sono pochi, cerco di mantenere ferme le mie posizioni senza cadere nel loro tranello e arrivare a scaldare i toni: ho sposato la filosofia delle ‘spale fate a copo’, ossia mi lascio scivolare addosso le cose perchè se devo incavolarmi per un qualcosa che faccio per passione e soprattutto gratis, beh…il gioco non vale la candela. Se qualcuno mi odia o non trova corretto quello che scrivo è sempre libero di togliere il “mi piace” alla pagina. Ho bloccato alcune persone, questo è vero, ma quando questi avevano superato i limiti della convivenza civile con bestemmie o altre cose simili. Il rispetto prima di tutto.

(I.V.): Meteorologia: tu hai già specificato di come le previsioni per più di un determinata condizioni meteorologica non possano prevedere reali cambiamenti e che le previsioni sono fatte di 50% scienza e 50% fortuna (andiamo a braccio). Alla luce di ciò, quanto può essere valido un corso di Laurea specialistica come ‘meteorologia’ all’UniTn? Qualche esperto del campo parla di come appaia più un’ operazione di puro marketing e trend; la meteorologia sta davvero diventando una moda? (ndR; questa intervista è stata fatta due mesi prima dell’inserto de “L’ Arena” sulle fake news e sul fenomeno, ovviamente per forza di cose è stata editata ora)

(N.B.): Trovo l’ istituzione della laurea specialistica in Meteorologia una cosa molto interessante; è vero che la materia, come spiego nelle serate che faccio in giro per la provincia, sia diventata per i più una moda (per vari motivi) ma che ormai tutte le aziende abbiamo nei confronti della meteorologia un occhio di riguardo e che gli sbocchi lavorativi in questo ambito non siano solo quelli di andare a fare previsioni in TV, anzi, che quella sia solo la punta dell’iceberg può essere una cosa solo positiva per la ricerca.

(I.V.): Domandina maliziosa: ma i contadini ti scrivono mai in privato per chiederti previsioni ad hoc su una zona specifica ed in un ‘ora specifica?

(N.B.): Certo, ho moltissimi contadini che mi scrivono per lo sfalcio, per sbiansàr le vigne, per fare qualsiasi cosa legata alle loro attività e questo mi fa molto piacere. Ovvio che non ho la sfera di cristallo e non posso dire se a Brentino pioverà alle 13.47 del pomeriggio ma dare delle indicazioni di massima sì e lo faccio volentieri. Alcune persone che hanno il mio numero, mi scrivono pure su whatsapp! 😀

(I.V.): La scelta di usare la lingua veneta (o meglio, il dialetto veronese) da dove esce? Padroneggiare il dialetto è un’ arte molto sottile e tu la usi molto bene, ma come mai questa cosa, peraltro ammirevole perchè col tuo simpaticissimo zoo rendi benissimo l’idea ?

(N.B.): Perchè è innanzitutto la mia ‘lingua madre’: sono cresciuto parlando dialetto e quindi mi riesce bene esprimermi soprattutto oralmente in questa lingua. E poi perchè penso che sia un modo per essere più vicino alla gente. Sentire uno che ti parla ‘come el magna’ credo che dia un senso di vicinanza, ed è quello che voglio. E poi mi piacerebbe che anche i giovani, ormai non più avvezzi a parlare ‘en lengoa’ non si scordino di quelle che sono le nostre origini linguistiche.

(I.V.): Abbiamo letto da una tua precedente intervista che intendi sviluppare in futuro una tua App Meteo; la svilupperai personalmente, essendo tu un informatico? Ed anche in essa userai ‘lo Zoo’ in dialetto o dovremmo rassegnarci a vedere quei noiosi disegnetti di nubi, sole, sole, sole, sole, fulmini e numerini ?

(N.B.): Se i supporter che sto provando a raccogliere, mi aiuteranno e ci saranno effettivamente i fondi per farlo la app di ‘Meteo Caprino’ sarà assolutamente in linea con la pagina facebook, con il bestiario 😀

(I.V.): Come appena detto, tu sei formalmente un informatico, per cui esco dall’argomento meteo per farti un’ altra domandina maliziosa: tu, come noi, sei un immigrato digitale (nati fino al 1994, ndR) ma hai anche figli nativi digitali. Non ti pare che il loro rapporto con la tecnologia sia molto più ingenuo e pericoloso rispetto al nostro, che siamo più prudenti, o sono lamentele da ‘anziani’ ? Quali sono le importanti differenze che noti?

(N.B.): La differenza che noto è che per noi internet ed anche i pc erano una novità e quindi l’abbiamo affrontata da esploratori dell’ignoto: ci immagino come i primi che hanno scoperto le piramidi nella foresta dello Yucatan dopo anni di oblio che si sono trovati davanti queste meraviglie sconosciute ed hanno provato a capirle, a studiarle e a trarne beneficio. I giovani di oggi invece me li immagino come i turisti che vanno a visitare queste bellezze. Per loro (non tutti, sia chiaro) la tecnologia è solo un qualcosa che c’è, che non serve studiare o alla quale adattarsi e per cui smaliziarsi, ma solo vedere ed usare per quello che mette a disposizione. Non c’è volontà di ricerca, non c’è scoperta, c’è solo fruizione.

(I.V.): Curiosità: se ti dessero da dirigere dei programmi meteo in TV (o, al giorno d’ oggi, in diretta streaming o un canale YT) su larga scala come il famoso Col. Bernacca lo faresti o avresti paure degli ‘oremus’ vari che ti prenderesti da tutta la Valdadige, che si affida molto al meteo per la delicatezza della produzione vitivinicola? Come ben sai per i contadini e la grandine non vale il detto ‘ ambasciator non porta pena’ .

(N.B.): Mah, innanzitutto dubito che ci sarà mai questa proposta, comunque se arrivasse la valuterei sicuramente per capire se fosse compatibile con famiglia, lavoro ed altri hobby che ho, ed affronterei la cosa con la semplicità e soprattutto il sarcasmo che penso contraddistingua la pagina facebook.

(I.V.): Vuoi dare allora una rassicurazione ai nostri contadini sulla vendemmia 2019? Specialmente, potremo sentirti ogni tanto in piena stagione di vendemmia per qualche commento richiesto o ci caccerai a grandinate?

(N.B.): Per quanto riguarda la prima domanda, ossia se i contadini possono star tranquilli per la vendemmia… beh se fossi in grado di dare una risposta certa non sarei qua a parlare ma probabilmente sarei in un paradiso fiscale a godermi tutti miliardi che avrei guadagnato grazie a questa capacità di prevedere il tempo a mesi di distanza 😉 Dopo tre giorni le previsioni NON VALGONO NULLA, lo ripeterò sempre. Per quanto riguarda invece la seconda domanda, volentieri, sentiamoci in occasione della vendemmia, amici.

(I.V.): Ricordiamo tutti con affetto tuo padre Gianni Bortoletto, per anni capostazione e figura di riferimento per un pezzo di Valdadige essendo la stazione servente tutto il bacino: persona stimata da tutti, capace e colta. Quanta forza credi ti abbia dato, in qualsiasi posto adesso si trovi? Quanto credi sia soddisfatto del tuo lavoro e quanto ti ha influenzato nel diventare ciò che sei ora, ovvero una social celebrity?

(N.B.): Tutto quello che sono oggi lo devo ai miei genitori, alla Margherita e al Gianni. Mio papà per quello che mi ha insegnato, ovvero essere inflessibile sui valori in cui credo e in cui vorrò sempre credere, che magari non sono uguali ai suoi, ma ricordo spesso che quando si parlava di ‘cose giuste da fare’ ed io gli chiedevo quali fossero lui mi diceva sempre che sarei stato io a capire quali sarebbero state. Io penso che di errori ne abbia commessi e quando lui era ancora con me li abbiamo sempre analizzati assieme; spero di aver capito come non commetterne altri di simili. Credo che lui sia contento per quello che sono ora, non per ‘Meteo Caprino’ ma in generale: che sia contento della persona che sono diventato. A lui devo la vita, non solo perchè me l’ha data assieme a mia madre 46 anni fa ma perchè ha fatto di tutto perchè io guarissi, perchè la salute tornasse a posto. Lui è morto pochi mesi dopo che io ho iniziato a stare bene: razionalmente so che non è così ma dentro di me penso che il destino avesse deciso che uno dei ‘Bortoletto da Peri’ avesse fatto il suo corso e che mio padre abbia fatto di tutto affinchè la scelta cadesse su di lui. Lo so, sembra una stronzata, ma io avrei preferito rimanere di salute cagionevole se questo avesse permesso a lui di rimanere con me. Io non vado mai a trovarlo al cimitero, non è un posto che mi piace, io lo porto con me nelle mie scorribande in montagna perchè là in alto siamo più vicini.

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“InValdadige” ringrazia con affetto e dedica questa intervista alla memoria di Gianni Bortoletto, quarantennale Capostazione della stazione di Peri (Vr), uno degli accessi alla Valdadige su rotaia, ed ottima persona, come testimoniano l’ingegno e l’impegno del figlio.

Nicola Bortoletto passo dopo passo con la sua passione (57.000 follower seguono la sua pagina FB “Meteo caprino Veronese” https://www.facebook.com/MeteoVerona/ !!) porta ovunque un sorriso e qualche previsione meteo azzeccata nella nostra bellissima Valdadige.

Alla prossima,

InValdadige