I molti modi di turismo eco sostenibile della nostra amata VALDADIGE

Un pezzo che speriamo ispiratore per il turismo sostenibile e anche per noi cittadini della Valdadige, che a volte molte cose ignoriamo anche se sono sotto il nostro naso 🙂

La Ciclopista del Sole, che comprende il pezzo di ciclabile tra Mama di Sotto e Rivoli Veronese per quanto riguarda i nostri Comuni, compie ben 29 anni quest’anno: fu infatti presentata al “VeloCity” di Milano ben nel lontano 1991 con l’ ambizioso intento di collegare tutto il Paese, dal Brennero alla Sicilia, Sardegna compresa, ed ha una peculiarità ben precisa.

La CPS non corre quasi mai su ciclabili presistenti (o meglio, solo il 4%), mentre per il 70% affianca o corre su strade più o meno trafficate: parte integrale dell’ EuroVelo 7, il percorso che corre da Capo Nord in Finlandia fino a Malta (l’ intento iniziale gigantesco di unire da nord a sud l’ Europa) in Italia parte o dal Brennero o dal valico EuroVelo 7 di Brunico e costeggia l’ Isarco per 75 km fino a Bolzano, dove confluirà nell’Adige.

Da lì prenderà a costeggiare l’ Adige in massima di percorso in greenway (lontano da strade motorizzate o trafficate) fino all’ entrata col fiume a Trento e da lì altri 50 km e sarete arrivati al confine col Veneto, già ex confine di Stato Italiano e confine spesso della Serenissima: da lì non ci resta che dirvi: BENVENUTI IN VALDADIGE, la nostra zona di interesse.

(rif.dati https://www.bikeitalia.it/ciclopista-del-sole/)

La Ciclopista del Sole EuroVelo7 corre sulla destra orografica del fiume Adige, per cui attraversa i Comuni di Brentino Belluno e Rivoli Veronese praticamente passando a fianco dei paesi o addirittura NEL borgo nel caso di Belluno Veronese, frazione del primo Comune.

Dall’ altra riva, sulla sinistra orografica, è stata inaugurata nel 2014 la Ciclabile Valdadige – Terra dei Forti, nome che deriva dal nome comune della vallata e dal consorzio dei vini DOC omonimi e parte in Trentino dal confine di Borghetto ed in Valdadige veronese il Comune di Dolcè per intero: è una ciclabile tradizionale, lunga 25 km, ma sorprendentemente bella: tratti di natura non antropizzata lasciano spazio ai vigneti di pregiati doc con vite a coltivazione pergola trentina e a lunghi tratti a fianco del fiume Adige, in questo tratto ingannevolmente calmo, tanto che ogni anno vi si tiene in questo pezzo di fiume l’ Adige Marathon, che arriva fino a Pescantina per i professionisti.

In ogni momento si possono ammirare sia il massiccio della Catena del Baldo che la parte Nord- Occidentale dell’altopiano montano della Lessinia, col suo parco: la ciclabile si immerge spesso in macchie boschive che portano sollievo alla calura ma nulla può reggere il confronto con l’ arrivo alla Chiusa Veneta, dove una gola scoscesa permette alla ciclabile di essere scavata nella roccia per passare e dove le anse del fiume Adige sono incredibilmente ampie.

La Chiusa Veneta è anche un ottimo punto panoramico per ammirare i fortilizi che danno il nome ai ad un DOC della zona, “Terra dei Forti”: il maestoso e ottimamente conservato Forte Napoleonico di Rivoli o Wohlgemuth e la sua batteria bassa, coinvolto nella Battaglia che da il nome alla Rue de Rivoli degli Champs Elysèes, l’italiano Forte San Marco a Caprino Veronese purtroppo depredato dai meravigliosi marmi di Rosso veronese, Forte di Ceraino (borgo del Comune) Hlawaty di origine asburgica come Forte Mollinary o di Monte (borgo della vicina Valpolicella).

Oltre a questi vi sono i resti del Forte asburgico de la Chiusa, sorti su resti di un precedente fortilizio della Serenissima e, visibilissima dal tratto di ciclabile tra Ceraino e Volargne, la “Presa di Sciorne”, struttura dei primissimi ‘900 (1914) nata per permettere l’ irrigazione, traendo acqua dal fiume Adige e portandola verso il coetaneo Canale Agro-Veronese per la salvezza di terre povere d’acqua nell’entro-Lago.

Da qualche anno vi è una postazione sportivo-sociale di canyoning per il Vajo dell’Orsa a Brentino Veronese che attira molti turisti e flussi specialmente di turisti nordici, che si occupa anche di arrampicate e di rafting sull’Adige!, oltretutto in uno dei suoi percorsi più affascinanti e tranquilli, grazie agli interventi di inizio secolo.

I percorsi trekking si sprecano ed i ragazzi di questa stazione canyoning vi possono accompagnare ovunque; essendo una Valle circondata da pre-Alpi e territorio altipiano carsico vi immaginerete quanti percorsi persino speleologici, e dulcis in fundo vi è il Santuario di Madonna della Corona scavato nella roccia del Baldo, raggiungibile sì da Spiazzi in auto e poi in discesa o con la navetta ATV ma che vi darebbe più soddisfazione e devozione partendo da Brentino, dalla “Via del Santuario”, fatta tutta a gradini fino ad un certo punto per un dislivello da principiante (basta un po’ di fiato ed andare con calma e molta acqua, MAI strafare) per arrivare a quel ‘miracolo’ scavato nella roccia.

Per ultimo ma non ultimo, la Valdadige è attraversata dall’E7, sentiero Europeo 7 riconosciuto Eife, che, attraversato il Lago a Malcesine, sale sulle Creste del Baldo e cala su di noi, riprendendo la strada salendo per la Lessinia dove si incrocia con l’E5: che dite, abbiamo abbastanza cose per farvi scarpinare?

Se volete percorrere pochi km in bicicletta e fermarvi più a curiosare, sappiate che nelle vicinanze vi sono il Castello di Avio (TN), di epoca medievale e aperto spesso a guide e giornate FAI; i lavori di restauro del Castello della Corvara sulla Ciclabile del Sole (Preabocco, Comune di Brentino Belluno) e la ben conservata ‘Mansio Servasa’, sorte di ‘casello’ autostradale che ironia vuole sorga proprio di fianco alla A22: un posto dove effettuare cambio cavalli e rifornimento sulla ex strada Claudia Augusta che portava merci e persone sul Danubio, ricalcata quasi a pennello dall’attuale

S.p. 11 nel Comune di Brentino Belluno.

Come vi abbiamo accennato questi 17 kmq scarsi che sono la Valdadige Veronese hanno vitigni pregiati: vi nomineremo le coltivazioni più famose che potranno ingolosirvi, come quello che viene definito il miglior Pinot Grigio d’ Italia, così vincente grazie al clima lacustre del vicino Lago di Garda che si insinua in una valle fluviale, combattendo così le muffe e lasciando una maturazione delicata: come tutti i Pinot è un vino delicato, che dà il meglio di sé con piatti leggeri e viene usato anche come recente vinificazione come Brut metodo Classico, ottenendo un gran successo tra i giovani.

L’altro asso della Valdadige è il riscoperto relativamente da poco vino Enantio, un vino autoctono di cui si trova traccia nelle “Ecloghe” del sommo Virgilio e nella “Naturalis Historia”, capolavoro di Plinio il Vecchio: un rosso selvatico duttile, che certi viticoltori vendemmiano e lavorano da viti persino di 300 anni (ref. “La Prebenda”, azienda agricola di Brentino Belluno, VR), ottimo come riserva 10 anni e con innesto americano che persino come base per i Rosè.

Tra le altre qualità vi sono lo Chardonnay (o Pinot Giallo), sempre un ottimo classico, e da una decina d’ anni viticolture in quota più simili a vitigni sudtirolesi ma dal gusto più morbido per le sovradescritte condizioni climatiche, come il Muller Turghau originario delle Dolomiti ed il Gewurztraminer; accompagnano il tutto gli ottimi Bianco Valdadige Doc e Rosso Valdadige Doc, Schiava, Moscati vinificati a spumanti, passiti e persino ottime grappe.

Vi sono diverse cantine ed aziende con locali dove ritemprarsi o dove assaggiare le delizie sopra citate magari accompagnati da appetizer o fare un ottimo pasto a base di prodotti e cucina locale: ci impegneremo a farvele conoscere per farvi fare un ottimo tour attraverso la Storia ed anche la Storia dell’enogastronomia vincente di questa Valle non molto conosciuta poiché saltata dalle grosse vie di scorrimento ma che merita più appassionati sulle proprie ciclovie: attenzione, ovviamente con casco, segnalatori e catarifrangenti e non spingendosi sulle provinciali o statali, visto spesso sono affiancate.

Cosa manca a questo Paradiso ancora praticamente immacolato?

Un anello di congiunzione, visto Rivoli e la Chiusa Veneta si guardano vicinissime ma con l’ Adige in mezzo che non vi consigliamo di attraversare in quell’ansa: un anello per poter partire e tornare nello stesso punto, gustando e ammirando tutte le cose ammirate descritte sopra.

Per ora l’ anello non c’è, ma è in progetto avanzato da parte del Comune di Dolcè e Rivoli un ponte ciclopedonabile tra Rivoli e la frazione di Ceraino di Dolcè, in loc. Battello, che non ha avuto bisogno di discussioni: non ha contrari, bensì tutti coinvolti in questo evento e si stanno per iniziare i lavori: questo è un segno di quanto teniamo al nostro territorio.

Il sogno sarebbe così completo ed il Vostro tour senza nessuna pecca: vi auguriamo di vedervi presto, in gruppo od in solitaria, sulla Ciclopista del Sole o sulla Ciclabile della Valdadige a trovare conferma delle nostre parole.

Pedalate attraverso la Storia: ammirate la Valdadige.

A presto

“VAL D’ ADESE” di Berto Barbarani

I

Dopo de aver lassado quel paese

dove che dorme stofegado un sigo

par ‘na vecia rosaria de pretese

che guai se le disesse- e no le digo,

parchè za me capisse quei che lese

mi e me fradel dotor, co n’ altro amigo

omo de testa e gran pitor de cese

èmo fato una tapa a OSSENIGO

E, molando ‘n ocià per la Vàlada

dove l’Adese va lustrando la via

le scarpe e i monti che ghe dà la strada ,

dopo gnanca l’ afar de un quarto d’ora

èmo visto la ferovia,

co le tedesche che vardava fora

II

Che matina de passe! No se sente

altro ciasso che quel dei campanei

de un par de cari che ne passa arente

carghi de asse e rossi de quarei.

Semo in carossa. Nissun dise gnente;

l’aria fina stùssega i çervei,

fin che trotando n’è saltado in mente

de fermarse davanti a du restei….

Qua un ciacolàr de pàssare contente

su par le crosse, ne cantava in çento:

Quanta gente che more, quanta gente!

O bel camposantin perso par la strada,

morir onesti e capitarte dentro,

no, la morte no l’è sta gran sècada!

III

E avanti un toco. La val se destende

longa e scura su l’ Adese che core,

e, de quel passo che l’ ombrìa se arende,

un sol tardivo va sùgar le fiore.

No gh’è palassi, parchè el sior no spende

ma pore case e musi da pastori,

e boschi e sassi e sengie che no rende

e in meso ai boschi una canson che more

“Oh Barcariol, bel Barcariol de trento,

imprestème la vostra barchina

che la me dona la vol saltarghe drento!”

I fili del telegrafo, destesi,

ne acompagna, man man che se camina

insegnandose i nomi dei paesi

IV

Qua l’è Beluno in testa a la valada,

col Sol d’Italia che ghe bate ai veri;

più in qua Ossenigo se trova su la strada,

più in qua Rivalta, de fassada a Peri.

Ciese a ramengo, quasi sensa intrada,

campanileti che no g’ ha pensieri,

picoli, svelti, pronti a la sonada, come una compagnia de bersaglieri…

Sia Pasqua che Nadal ghe meta in mente

che Dio l’è nato drento in te ‘na tana,

e po’ l’è morto par la pora gente.

Sia che i todeschi che ven zo a Verona

e le campane che scampana, scampana,

fin che dai forti gh’è el canon che tona!

V

Ciaccolè, ciaccolè pure campane,

che in fin dei conti sì comari oneste

e se a sto mondo gh’è miserie umane,

l’è che ghè più batocoli che teste.

Quel l’è Brentin, che vive de arie sane

drento a un nio de boscheti che lo veste,

coi pitàri che canta dele feste

ed i prà che beve dalle fontane.

E in çima a un crepo, che te spaca el monte

par de passo ai gran comodi de un progno

che move le rude e far cantar i molini;

su da na scala de mile scalini, tajà vivo e che sta su per un sogno,

‘na Madoneta fa le grassie sconte!

VI

Se mi g’ avesse du cavai che trotta,

che sgolasse per aria al me comando,

come se sente sul camin che scota,

ne le rosarie, che i ne va contando:

de sentiero in sentier, de grota in grota,

de sengia in sengia sempre galopando ,

par strada giusta o su la strada rota,

a seconda del çervel se va pensando,

ora in cima ad un gran monte, ora zò in fondo

de un precipissio dove l’acqua la russa,

e in nome de la vecia poesia,

su tute le montagne se sto mondo

vorìa piantarghe una canson che slusa

e una bandiera che la fusse mia!

VII

E, fato forte de sti gran tormenti,

de grandessa, che in giro, eco me mena

se manca l’acqua, ponzarghe la vena

ai monti alti e far stabilimenti

descuerzàr cave de ori e argenti

finchè la gente la de fusse piena

parchè ci suda a sfadigar la schèna

no g’ abia a subir altri bastimenti

E, fate çento cesoline d’ oro,

dessemenade in çima ai monti e atente

a cantar la gloria in punto a mesodì,

tra marmi e sede del più bel laoro,

cassarghe drento a benedir la gente,

quela madona che me intendo mi!

VIII

El campanil de Rivoli se impissa,

col sol d’ Italia che de drio se sconde:

e dai forti, eco, che in aria se indrissa

altri foghi, che altri ciari risponde

E brusa tuta la Valada, e a bissa

boa spiuma l’Adese – e le onde

soto el sol le te par polèere bionde

che salta intorno a la cavalerissa

Qua Napolìon ga vinto ‘na battalia!

Ma de note, se ve de a luna bassa

pronti a ciamarse e dimandarse scusa

soldadi morti in meso alla mitralia

che le vento eterno de sti loghi spassa

par Cerain portandoli a la Chiusa

IX

Fèrmete, Nane, fèrmente na s-cianta

che guardemo ben ben questa maraveia!

L’ Adese in corsa, quà, par che el se incanta

come un vecio pastor che se indormensa

soto la capa del camin, che sfanta

tuti i dolori de la so fameia,

e gnanca el grio par no sveiarlo el canta….

nè la paura de sti monti a pico

nè la ferada che ghe russa in fianco

nè le sfuriade che ghe bate el vento

nè le memorie del gran tempo antico

quando le mule col vestito bianco

portava a spasso i Vescovi a Trento

X

Eco el Forte de Rivoli, che leva

alta la testa, e quel de Monte, e a sanca

quel de Cerain che quasi gnanca,

tanto l’è basso, no el se vedeva

Eco Gaion da la bareta bianca,

col so camposantin che par che el beva

l’acqua fresca de l’ Adese, e el riceva

tuto quel sol che da la Ciusa manca

Quel l’è volargne e quel l’è Domeiare,

e Sant’ Ambrogio di Valpolesela

co i marmo rossi de le so preare

Dopo, l’Adese va per loghi sconti

traversi campi de Verona bela,

bagnando rive e saludando ponti….

(Berto Barbarani, 1902; pubblicata su “Il secolo XX)

Grazie a “l’arena domila”, sito web di cultura ed interesse in dialetto veronese

http://www.larenadomila.it/sito/l%C3%A9ngua/el-grande-museo-barbarani/poesie-si%C3%A9lte.html#val-d-adese PER LA PARAFRASI DELLA POESIA

GRASSIE AL DIRETTOR

“BIBLIOTECA DELLA VALDADIGE”: un agognato spazio per la cultura ed un sogno realizzato per il nostro Territorio

Buona domenica amici Valdadensi e non.

Negli recenti anni la nostra amata Valdadige ha visto finalmente realizzato il sogno di una Biblioteca sul territorio, anzi: per consolarci degli anni passati ad anelare che arrivasse anche da noi questo ottimo sistema, invidiando gli amici del vicino Trentino per la sede di Avio, le sedi della “Biblioteca della Valdadige” si sono ‘fatte in due’, una a Volargne ed una a Rivalta, una per Comune.

Appartenenti al SbpVR, Sistema Bibliotecario della Provincia di Verona (uno dei migliori d’Italia, parola di ex esaminandi di Biblioteconomia), esse sono veri e propri portali (“hub”) dai quali ritirare ogni libro si voglia ordinare dalle biblioteche di tutta la provincia appartenenti al SbpVR.

Coordinate dalla Cooperativa Hermete, che non è nuova ed ha giocato un ruolo fondamentale nella loro nascita, e site in spazi preposti dai Comuni, la Biblioteca della Valdadige non ha agito solo con spazi dedicati alla lettura ed ai libri, ma anche con iniziative per i giovani dei Comuni con spazi di crescita e laboratori.

Andiamo a conoscere meglio il loro lavoro nella figura della Coordinatrice della ‘Biblioteca della Valdadige’ di Volargne, Nicoletta Banterle, che si è offerta di darci lumi sulla loro nascita e sulla loro crescita.

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(InValdadige): “Buongiorno Nicoletta: ci puoi raccontare come è nata la collaborazione con i nostri due Comuni che ospitano le sedi, ossia Brentino Belluno e Dolcè, sfociata in questa bellissima iniziativa della Biblioteca della Valdadige (Volargne e Rivalta)? La Valdadige è stata per molto anni senza una biblioteca ed ora si trova ben due “hub” del Sistema Bibliotecario della Provincia di Verona dal quale si possono ordinare libri e farli recapitare nel punto scelto (nel nostro caso Rivalta o Volargne). Mi avete accennato ad un‘idea del professor Viviani, può dirci di più?”

(Nicoletta Banterle): “L’idea originale è stata, appunto,del Professor Viviani, ex Dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Rivalta- Peri- Dolcè- Volargne, che ha sollecitato fortemente i Comuni di Brentino-Belluno e Dolcè per la creazione di una biblioteca, spingendo per avere delle biblioteche interne alle scuole ma aperte alla cittadinanza (come poi è avvenuto, ndR). Ne è nato presto un progetto scritto dalle Scuole e dai Comuni, i quali si sono rivolti alla Fondazione San Zeno per un finanziamento riguardante l’acquisto di libri per la fascia bambini – giovani adulti ( 03- 15 anni).

Le due sedi preposte sarebbero dovute essere la Scuola primaria di Volargne e la scuola primaria di Rivalta, poi la prima scelta è stata cambiata (ora il polo di Volargne si trova all’ infopoint, attistante la Chiesa di Volargne) per un esubero di classi nella scuola di Volargne. La scelta del professor Viviani, col quale abbiamo collaborato fin dall’inizio, di rivolgersi a noi (Cooperativa Hermete) è stata indirizzata dal fatto che avevamo già una forte collaborazione, occupandoci dei servizi socio- educativi del territorio di Dolcè. Invece, l’ indirizzo di tale spinta del professor Viviani è riconoscibile in quanto,essendo stato in passato Presidente della Libera Università della Valpolicella,ebbe l’incarico della risistemazione della Biblioteca di Sant’ Ambrogio di Valpolicella ed ebbe da noi supporto per la ricollocazione dei volumi. Per cui una collaborazione proseguita naturalmente e sfociata in questo progetto di “Biblioteca della Valdadige” che il professore ha tanto voluto.

Io, essendo una delle referenti del progetto, sono andata personalmente nelle varie scuole, in particolare alle Medie di Peri che conservavano il grosso dei volumi, per catalogare i libri già esistenti e poi, con il supporto dei docenti, stilare una “lista di acquisti” e poi catalogati. Mentre questo lavoro veniva fatto, i Comuni iniziarono un dialogo con la Provincia, essendo allora “gestore” del Sistema Bibliotecario della Provincia di Verona (cui sono seguite molte vicissitudine burocratiche che salteremo; basti far notare che l’ attuale gestore è ancora il Sistema Bibliotecario della Provincia di Verona), per aprire la Biblioteca della Valdadige.

Per fare parte del SbpVR (abbrevieremo in SbpVr, d’ora in poi, il Sistema Bibliotecario Provincia di Verona, ndR), infatti, occorrono delle caratteristiche ed obblighi cui sottostare.”

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(IN):” Ti va’ di spiegare quali sono gli obblighi e\o caratteristiche che una Biblioteca deve possedere per far parte del SbpVR, visto sembra un progetto piuttosto ambizioso?”

(N.B): “Dunque, due aspetti fondamentali per far parte del SbpVR è che la Biblioteca deve essere aperta per 12 ore del suo orario settimanale da parte di personale formato e non da volontari; l’altro è che l’amministrazione Comunale a cui fa capo la Biblioteca metta a disposizione un bilancio di di 0,33 cents per abitante del Comune per l’acquisto dei libri; sono fiera di dire che bilancio di Volargne supera nettamente i pre-requisiti.”

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(IN):”Da quando sono state aperte ufficialmente le sedi della Biblioteca della Valdadige?”

(N.B.): “La Biblioteca della Valdadige è stata inaugurata con grande soddisfazione il 6 maggio del 2017.”

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(IN): “La Biblioteca della Valdadige nella sede di Volargne gode di un’ ottima posizione; non solo la vicinanza alle scuole, ma anche l’apertura della spettacolare ciclabile la pone in una posizione “strategica” per l’avvicinarsi della popolazione.”

(N.B.): “Sì, la gente passa per andare alla ciclabile, oppure viene anche da Ceraino e Dolcè a piedi, ed entra; molti lettori sono però già stati “abituati” con la Biblioteca di Sant’Ambrogio di Valpolicella che appartiene a sua volta allo stesso Sistema, con interprestito tra le varie biblioteche del veronese, per cui sono solo “migrati” trovandosi più vicini. Oltretutto i volumi possono essere restituiti in qualsiasi biblioteca del Sistema, per cui si crea una collaborazione tra le varie.”

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(IN): “Se qualcuno volesse donare dei libri, per aiutare, come dovrebbe fare?”

(N.B.): “Per poter donare dei libri bisogna rivolgersi al referente della Biblioteca cui si vuole fare la donazione, poiché ogni sede ha un suo Regolamento interno: ovviamente non si accettano testi scolastici, doppioni, e libri malconci (ammuffiti o rovinati); per molto tempo le persone non hanno recepito questo messaggio di “filtrare” le catalogazioni perchè, ovviamente, gettare un libro al giorno d’oggi sembra un gesto molto brutto, al punto che al mattino trovavo scatoloni di libri “abbandonati” all’ apertura della sede. Purtroppo dobbiamo anche fare i conti con gli spazi che abbiamo a disposizione, per cui non abbandonateci i libri arbitrariamente, contando che andranno automaticamente catalogati, ma chiedete sempre al referente della biblioteca cui intendete rivolgervi per la donazione di aiutarvi e trovare una soluzione.”

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(IN): “Come si può riuscire ad avvicinare I bambini alla lettura, non essendo in primis I genitori abituati alla presenza di una biblioteca sul posto?“

(N.B.): “Una cosa per la quale ci battiamo sempre è l’educazione fin da piccoli alla lettura ed al prestito bibliotecario: non nego sia importante vedere in famiglia un adulto con un libro in mano, ma la spinta più forte credo venga da un’ educazione fin da piccolissimi. Ho avviato molte collaborazione con i nidi e con le primarie: credo molto che il futuro del successo di queste biblioteche dipenda da questi progetti che poi, paradossalmente, i piccoli trasmetteranno ai grandi.”

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(IN): “Come potremmo, viceversa, avvicinare gli anziani al Sistema Bibliotecario ed all’ Interprestito, non essendo molto ferrati nell’ ordinare da soli i libri e per cui portando come conseguenza la resa, mentre molti anziani sarebbero proprio nella condizione della vita di poter finalmente leggere?”

(N.B): “Quella che per noi è una risorsa (usare la biblioteca come portale per farsi arrivare libri da tutta la Provincia) e che usiamo facilmente può essere,comprensibilmente, una difficoltà nell’ anziano non abituato neppure a considerare la Biblioteca al di là dello spazio fisico che vede: per consigli, per ordinarli, per richieste, è sempre bene chiedere al bibliotecario senza vergogna, che spesso saprà anche consigliare nelle scelte, cercare il libro e anche suggerire dei libri che potrebbero interessare sulla scia degli interessi della persona.

Non solo, possiamo suggerire l’acquisto se il libro non si trova nel Sistema e lo si giudica particolarmente utile, che possa servire a tutti, e devo dire che l’Amministrazione del Comune di Dolcè ha sempre accolto il budget acquisti che ho proposto senza fare ulteriori controlli né proteste. Come detto, siamo ben oltre il budget previsto di 0,33 cents\persona previsto.”

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(IN): “Un’ultima domanda un po’ maliziosa: ma tutti questi libri di Storia locale (es: “Dolcè”, “Valdadige”, “I forti di Rivoli” tanto quanto gli scrittori locali, frutti di donazioni) sono presi a prestito o sono qui un po’ per dovere?”

(N.B.) “ (ride) Effettivamente non sono molto presi a prestito, ma dovremmo essere più ricchi in realtà di storia locale: spesso a scuola si danno ricerche sul Territorio e noi non possiamo soddisfare ciò che viene chiesto nelle Scuole stesse, questo è un peccato. In compenso ho convinto una personalità come Bepi Sartor, uno dei più significativi poeti locali, a donare alcuni libri di poesia di autori dialettali, con qualche piccola condizione quale che vengano ben mostrati all’ interno dello spazio a disposizione, per conservare e poter usare la sua letteratura in tutta la Provincia. Un utente di Vigasio potrà così chiedere, normalmente, un libro di Sartor grazie a questa donazione.”

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Con questa piccola grande vittoria di Nicoletta, che abbiamo anche osservato al lavoro durante questa intervista e che confermiamo sia molto apprezzata ed affezionata dai suoi “clienti” lettori, chiudiamo e vi invitiamo ad unirvi alla ‘Biblioteca della Valdadige’ in una delle sue sedi; a Rivalta alle scuole primarie (giovedì 15.00\18.00 e sabato 09.30\12.30) e a Volargne all’ InfoPoint antistante la Chiesa (martedì 14,30\18.00 e venerdì 09,30\12,00). Basta un documento valido per registrarsi.

Grazie al Sistema della Biblioteca della Provincia di Verona, vi ricordiamo, è possibile trovare o richiedere qualsiasi libro desiderate (anche da soli, con l’account dato dalla tessera) chiedendo alla referente presente in Sede, e ritirarlo all’arrivo, nonché riconsegnarlo in QUALSIASI sede dell’ SbpVR.

Grazie a Nicoletta Banterle ed alla Cooperativa Hermete per la loro disponibilità per questa prima intervista.

Alla prossima e buona domenica, amici .

“Le Eccellenze della Valdadige” ci porta alla Cantina Valdadige dove Tiberio Veronesi si racconta: “La parola al Presidente”

(InValdadige): “Buongiorno Presidente e grazie per aver accolto il Nostro invito a farsi intervistare. Potremmo partire subito con le cose che più interessano ai Veneti, tipo i ‘schèi’; l’ Arena (il giornale di Verona n.d.R) di maggio riportava un dato interessantissimo di come la percentuale vendite sia aumentato del 23% dall’ anno prima, ci conferma questi dati?”

(Tiberio Veronesi, Presidente della Cantina Valdadige in carica): “A volte i numeri buttati li non trasmettono bene la realtà, per cui facciamo un po’ di chiarezza: non ho sottomano quell’articolo, ma i dati 2018 ci dicono che abbiamo venduto nel mercato Italia 323.000 bottiglie di vino, con un aumento effettivo rispetto al 2017 del 23,5%.

Il solo nostro punto vendita ha venduto 156.000 litri di vino, fra bottiglie, sfuso e bag-in-box, con un incremento del 67,75% rispetto agli anni precedenti. Per cui direi che un aumento c’è stato su tutti i fronti, sì.”

(IV): “Quanto crede che il Suo ruolo sia stato decisivo in questo aumento? In fondo Lei è Presidente in carica solo dal 2017, per cui ancora un incarico recente.”

(T.V.): “Il mio arrivo alla Presidenza di Cantina Valdadige ha sicuramente fatto suonare la sveglia: da troppo tempo che la situazione era sopita, era ora che tutti e per primi i soci e i dipendenti, prendessero coscienza che invece di dire a noi stessi che siamo bravi e sappiamo produrre un ottimo prodotto questo bisogna farlo sapere al resto del mondo, e comunicarlo con convinzione perché non basta fare un po’ di pubblicità sui giornali: bisogna che qualsiasi nostro interlocutore, cliente o fornitore che sia, ci legga negli occhi la convinzione e la consapevolezza che siamo fermamente convinti delle eccellenze che produciamo.”

(IV): “E quanto ha influenzato qualitativamente sulla comunicazione la partnership con SignorVino?”

(T.V.): “In questo anche l’approccio a SignorVino ha ovviamente aiutato: il posizionarsi a fianco di brand sicuramente più blasonati di noi, ci ha fatto fare un salto più che positivo.”

(IV): “I nostri contadini parlano sommessamente di export con mercati asiatici, dopo il boom di anni fa di quelli statunitensi: quanto c’è di vero in questo? Il Sud Est Asiatico è davvero la nuova frontiera dell’ economia vinicola?”

(T.V.): “Il mercato Americano per le nostre tipologie di vini, con in testa il Pinot Grigio, è ancora il mercato di riferimento; ottimo sbocco commerciale per noi è anche il nord europa con Germania in testa come richieste. L’Oriente sarebbe il mercato del futuro, pero è ostico, perché richiede volumi e prezzi che noi non abbiamo o, viceversa, richiede un posizionamento percepito molto alto: ci chiede di essere un brand già affermato e conosciuto ed anche qui facciamo fatica, ma piano piano ci stiamo avvicinando, abbiamo già fatto incontri ed abbiamo già clienti in Malesia e Vietnam.”

(IV): “Le va di raccontarci un po’ di storia della Cantina Valdadige, che ha cambiato il territorio creando, partendo da un’ economia di sussistenza pre- vitivinicola ad una di offerta di surplus e di esportazione, rendendoci sempre più interessanti sul mercato; in che anno è nata, chi sono stati i primi soci fondatori, quali sono stati i primi risultati… Insomma un piccolo Bignami della Cantina Valdadige?”

(T.V.): “La Cooperativa Cantina Valdadige è stata fondata nel 1957 da 28 soci fondatori e la cantina è stata costruita nel 1959.

E’ nata dalla necessità di far fronte alla precaria situazione di conferimento che si rivolgeva solo verso il canale privato che a quei tempi non dava certezze di continuità e solvibilità.

I presidenti e gli enologi che si sono susseguiti nella conduzione della cooperativa, ricordo fra loro il presidente Antonio Festa e l’enologo Ettore Leonardi che hanno passato molti anni al servizio della cantina, hanno permesso il forte consolidamento di questa realtà, aiutando i contadini non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista professionale, cosa che ancora oggi ci impegna e ci distingue.”

(IV): “Allora torniamo all’ attualità con qualche numero informativo: quanti soci conta la Cantina Valdadige? Quanti ettari conta tra i suoi associati?

(T.V.): “Attualmente siamo 208 soci, con una superficie vitata impegnata di circa 600 ettari.”

(IV): “Cosa consiglierebbe ad una persona nel rendere appetibile il trasferirsi in Valdadige ed investire nel settore vitivinicolo, come Presidente della Cantina ma anche come ex “contandino” in terreni propri? A chi dovrebbe rivolgersi per poter essere guidato nel miglior lavoro possibile e, ovviamente, guadagnare da questa attività? La Cantina incentiva la compravendita di terreni, comprandoli e poi rivendendoli ai soci a prezzi convenienti?”

(T.V.):”La Cantina Valdadige è riuscita a creare una situazione di fiducia verso i propri soci e verso i propri clienti che ha sempre dimostrato di rispettare ed ha sempre lavorato in modo che i soci abbiano la migliore remunerazione possibile, in rapporto all’area geografica di appartenenza.

Ha aiutato ed aiuta in tutte le problematiche di campagna e burocratiche, ha sempre ritirato tutto il prodotto dei suoi soci anche quando le condizioni erano critiche.

Con questa premessa cerchiamo di assistere l’ eventuale socio ed aiutarlo sempre; anche quando ci sono trattative di compravendita Cantina Valdadige si fa garante verso il venditore e verso la banca quando l’operazione necessita di essere coperta da mutui o finanziamenti, a volte anche acquistando in prima persona l’appezzamento per poi frazionarlo fra diversi soci interessati. Se una persona chiede di entrare nel mondo vitivinicolo e vuole farsi socio, riceverà tutto l’aiuto possibile, sia tecnico che economico; ovviamente entro certi limiti.”

(IV): “Tutti i soci hanno eguale potere decisionale, per cui vige una democrazia interna molto forte, o chi possiede più terreno ha più voce in capitolo? L’ elezione del Presidente avviene per votazione diretta dei soci? Il Presidente si occupa poi delle assunzioni interne ed avere perciò la responsabilità diretta dello standard qualitativo dell’ uvaggio e della lavorazione del prodotto, con onori ma anche pesanti oneri?”

(T.V.): “Ovviamente i soci della Cantina Valdadige hanno tutti indistintamente gli stessi diritti: di assistenza, di conferimento e di voto, non importa che uno possegga 1.000 metri o 10 ettari, ha per noi la stessa importanza e lo stesso diritto e capacità di voto, ossia un voto per socio. Con me il presidente può consigliare: posso e devo dare un indirizzo, ma lascio alla professionalità e alla competenza dei responsabili, amministrativo da una parte e tecnico dall’altra, di assumersi la responsabilità delle loro scelte, ovviamente senza perderne il controllo, perché comunque ogni scelta prima di essere applicata passa al vaglio anche del consiglio.”

(IV): “Una domandina maliziosa: quanto crede abbia contato l’onda lunga del boom del Prosecco (uva Glera, non molto di pregio, con una lavorazione povera come il metodo Charmat) e del suo lavoro di marketing che ha rilanciato il marchio del Veneto nel mondo? Quanto può aver influito la moda nell’ aumento delle vendite e perciò del fatturato della nostra Cantina ma anche nel sorgere di tante altre? Sex and the City ci ha aiutato, alla fine, come la frase ‘si possono avere due bollicine’ nei reality show culinari? Il settore ha attirato tanti esperti dell’ultima ora, ne abbiamo avuto la riprova con gli ultimi Vinitaly; quanti sono approdati alla Cantina Valdadige, che ha vini portati da un certo standard qualitativo e non sono tutti vini facili (come, appunto, il Prosecco)?”

(T.V.): “Il grande lavoro di marketing che si è avuto nel mondo prosecco ha portato il vino Italiano a superare finalmente la grande eccellenza francese, ma secondo me è stato commesso un errore creando una grande visibilità di facciata corrispondente purtroppo a poca o male organizzata struttura di base: ho paura che al primo scossone crolli tutto.

In pratica la regione Veneto ha investito molto in questo progetto, senza obbligare i consorzi a regole ferme e soprattutto al farle rispettare (questo sta ora cominciando a succedere anche nel mondo del Pinot Grigio), ci sono forse una decina di “SIGNOR PRODUTTORI” veramente signori, ma nel sottobosco sembra di essere ritornati nel periodo nero delle sofisticazioni.

Viceversa, l’innalzamento del livello del prodotto vino Italia ha portato vantaggi per tutti, starà poi a noi esserne all’altezza, anche perché per fortuna il livello di conoscenza del cliente medio si sta alzando, sia in Italia che all’estero, e noi a questi clienti puntiamo.

Non siamo una cantina dai grandi numeri per chiara logistica, ma siamo una cantina di qualità ed eccellenza, ed un cliente informato ed istruito è sicuramente un cliente che da noi può trovare soddisfazione. Una riprova l’abbiamo avuta all’ultimo Vinitaly 2019, dove il nostro stand è stato molto frequentato e quasi tutti erano persone informate che volevano approfondire e conoscere piccole realtà dove trovare vini autoctoni e il più naturali possibile.”

(IV): “I Wine Bar; dopo la partenza a rilento del punto di Rivalta, sede della Cantina, questo luogo di aggregazione, mescita e vendita è stato un crescendo travolgente, con serate a tema e di accrescimento enogastronomico; questa estate è stato aperto anche il punto di Peri di Dolcè, grazie all’ ottimo lavoro di Luciana Albrigo. Avete un nuovo punto a Stephy di Caprino V.se ed a Verona: a cosa puntate, ormai? Cantina Valdadige su Marte?”

(T.V.): “Il cambio di gestione ha dato opportunità di nuova vita per il nostro Wine Bar: la situazione precedente con due realtà separate che non si parlavano e che perseguivano obbiettivi diversi erano ormai arrivate a conclusione e ci ha permesso di arrivare all’ attuale gestione unica che ci permette di tenere il punto vendita aperto sette giorni su sette, dodici ore al giorno, dando cosi alla clientela un servizio più ampio nel tempo e più efficace nella sostanza. Il coinvolgimento del bar di Peri (Vr) è stato anche il primo passo per una nuova avventura che ci porta adesso ad avere già altri due punti vendita, uno a Caprino V.Se presso il negozio Stephy ed uno a Verona presso l’enoteca WonderWine in via Ciro Ferrari 1, realtà che vogliamo espandere cercando di creare partnership ma solo con operatori convinti della bontà e qualità dei nostri vini.”

(IV): “Il continuo disboscamento di aree boschive ora adibite ad agricoltura vitivinicola ha provocato lo spostamento di animali sempre più in basso sulle strade Statali e Provinciali che attraversano la nostra amata Valle, oltre ad avere praticamente i cinghiali in casa che ovviamente provocano spese accessorie come reti per preservare i vitigni e l’ incolumità delle strade; le chiedo, in tutta sincerità, se vi è il rischio che possa succedere come nella vicina Valpolicella con le piogge degli ultimi anni, nella quale vi sono stati grandi disagi e rischi idrogeologici. Cosa ha in mente la Cantina per ripararci da questo rischio?”

(T.V.): “La cantina ha sempre sconsigliato questo approccio dissennato al territorio, cercando di indirizzare il contadino ad un più razionale e mirato uso di quello che è già un patrimonio importante per l’economia della Valdadige: la testimonianza di chi nel passato ha tentato interventi onerosi o magari si è fidato del miraggio di colture alternative dai guadagni facili e si è scottato le mani ha frenato questi tentativi di sviluppo dissennato e ci ha portati a soppesare più che bene le nostre scelte.

Purtroppo la gestione allegra dei territori sta creando anche da noi seri problemi, i cinghiali ma anche caprioli e cervi stanno dando seri problemi soprattutto nel comune di Dolcè, dove ci si vede costretti a recintare qualsiasi coltura, pena il ritrovarsi con danni ingenti e con la produzione a zero, senza contare gli ormai innumerevoli incidenti che avvengono sulla statale 12 e provinciale 11 a danno di animali selvatici.”

(IV): “Ultima domanda, poi la lasceremo al Suo prezioso lavoro per buona parte della Comunità: visto il tentativo di lanciare la Valdadige turisticamente, agganciata al Garda-Baldo, vi sono in programma visite guidate alla Cantina, in una sorta di progetto simile alla Cittadella del Vino di Mezzacorona? Non come ora, fatte un po’ a pezza, ma sistematicamente con organizzazioni di viaggi, degustazioni e visite dei vitigni, ovviamente il tutto abbinato alla magnificenza del territorio attraversato dall’ Adige? Potrebbe, in futuro, essere un’ opzione?”

(T.V.): “Devo con rammarico constatare che le associazioni di categoria in Valdadige sono praticamente assenti ed anche il consorzio “TerradeiForti” è quasi -se non morto- fortemente sopito: sto tentando da tre anni di risvegliarlo ma non ci sono riuscito, comunque non demordo.

Quello che si fa in questo momento si porta avanti ognuno per il proprio mulino e con poca voglia di collaborazione ad esclusione di Corteggiando (la manifestazione di Luglio a Brentino V.se, ndR) , che è l’unico evento che vede unite le realtà economiche e le amministrazioni, ma mestamente dopo tre\quattro giorni dai fuochi artificiali tutto finisce. Come amministrazione comunale ci sono progetti in tal senso ma come ben sapete i tempi della burocrazia sono infiniti.

Noi come Cantina Valdadige con gli eventi enogastronomici che facciamo presso i Wine Bar e con gli incontri a tema o corsi di aggiornamento che facciamo nella nostra sala assemblee cerchiamo di creare un polo di crescita, di visibilità ma anche di coinvolgimento per il mondo vitivinicolo della nostra valle, perché tutti i nostri eventi non sono riservati ai soli soci, ma aperti a tutti (anche alle cantine concorrenti).”

Proverbi, detti e motti della Valdadige veronese

ph. Enrico Calcagni

Una piccola prima premessa di dovere: non ci possiamo certo vantare di aver raccolto TUTTI i motti, modi di dire, proverbi e detti della Valdadèse (dei quali presto vogliamo fare un piccolo video montato con varie persone della Vàl che li recitano): se volete aggiungerne -la lista è in continua variazione- o contestarne la provenienza Vi invitiamo come sempre a inviare il tutto (come sempre anche il materiale fotografico) a “invaldadige@gmail.com“dove vaglieremo il tutto e lo archivieremo come abbiamo fatto finora con successo.

Un’ altra piccola osservazione è che la Valdadige è una terra di confine da secoli, da molto prima del famoso confine Italico- Asburgico, e come tutti i confini è permeabile ed in movimento, per cui vi possono essere influenze trentine, gardesane e persino lombarde nei detti sottoesposti.

BUONA LETTURA!

Metter el cùl ne le pessatè” (mettere il culo da dove vengono le pedate)

A l’è na Russia” (chiaro riferimento alla Campagna di Russia da parte italiana della Seconda Guerra Mondiale ed alla disperata e disordinata ritirata: può essere tradotto con “è un casino” o “è una battaglia” persino, riferendosi ad un altro modo di dire militaresco entrato nel vocabolario comune “è una Caporetto”)

L’è na roba che fa indrissar la gòba!” (Una cosa incredibile, da far “raddrizzare la gobba”; il divertimento si basa ovviamente sulla rima)

Nol move nè cùl nè còa” (“Non si muove”, riferito indistintamente a umani e bestie)

Te sì indrìo come el coìn del musso!” (“Sei indietro come la coda del mulo”, sei lento, tardo: la coda del musso è dietro a tutto quello che viene considerata una bestia stupida)

En dosso e na vàl fa gualivo” (“Un dosso ed una cunetta si compensano: fa gualivo, cioè rende uguale)

El tempo che fa a Santa Bibbiana dura trenta dì e na stimana” (“Il tempo che fa a Santa Bibbiana dovrebbe durata un mese ed una settimana”, previsione che l’ amico del sito Meteo Caprino Veronese ha confermato, per un fenomeno metereologico che però non sappiamo spiegare e per il quale Vi inviatiamo a confrontarVi con lui)

Quando el Baldo el ga el capèl o che fa bruto o che fa bel” (“Quando il Baldo ha il cappello -fenomeno spiegato nel primo articolo del nostro blog- o che fa brutto tempo o che porta sereno”, ovviamente una previsione inutile che si basa sul divertimento della rima dialettale)

Quel che no strangola ingrassa e quel che no imbuga passa” (“Quello che non strangola ingrassa -ovvero ciò che non ti uccide ti nutre, fortificandoti- e ciò che passa non riempiendo allo sfinimento lo stesso”)

Quei da Rivalta endo che no i vede i palpa” (questo è l’unico detto veramente mirato che abbiamo trovato, vi inviatiamo a segnalarcene altri: non ce ne vogliano gli amici della Sede Comunale di Brentino Belluno! “La gente da Rivalta -Veronese- dove non vedono palpano”(vogliamo sperare che sia per “procedere a tentoni” e non più volgare)

Tempo, cùl e siori fa quel i vol lori” (“Tempo, moti intestinali e Signori -ricchi- fanno ciò che vogliono”)

Ci no ga testa ga gambe!” (“Chi non ha testa avrà gambe”, rivolto a chi soffre di dimenticanze o semplice ‘testa fra le nuvole’: se scorderà varie volte una cosa scarpinerà di più)

Mi alla tò età saltava i fossi par el lòngo” (“Alla tua età saltavo i fossi per il lungo”: alzi la mano chi non si è sentito rivolgere mai da qualche nonno o zio anziano o persino dai genitori questa perla: loro alla giovane età non solo saltavano i fossi, ma anche “par el longo”, ovvero per la loro percorrenza e non nel punto dove erano le sponde. E lo ripeteremo anche noi, lo sappiamo)

Muso duro e barèta fracà” (“Muso duro e berretto ben piantato”, modo di dire per “vado avanti senza compromessi”)

El gà el morbìn!” (“Ha il…???” quando una persona o un animale è particolarmente agitato o su di giri vi è questo modo di dire intraducibile: qualche volta filtra la forma “boresso” più veneto orientale ed infatti più rara)

Ci va all’ osto perde el posto” (“Chi va all’ osteria perde il posto in fila a sedere”, invito a non abbandonare le file o le rette vie)

Ghe dago na sbailà de tajòn” (“Gli tiro una badilata di taglio”: probabilmente filtrata dal vicino Trentino (“tajòn”), indica il modo di fare più male possibile visto la badilata di taglio è molto più pericolosa di quella a vanga)

L’ è peso che ndar de note!” (“E’ peggio che andare di notte!”, quando le situazioni sono poco chiare o le cose non si risolvono qualcuno sbaglia)

Tacàr el capel al ciodo” (“Attaccare il cappello al chiodo”, è un modo dispregiativo di indicare un uomo che si è accasato approfittando della posizione della moglie, retaggio di quando solo gli uomini dovevano lavorare per mantenere la famiglia ed un uomo simile era visto con disprezzo)

Te sì come la tompesta sùta!” (“Sei come la tempesta asciutta!”; visto che dalle nostre parti tempeste di sabbia non si hanno iniziato a vedersi fino a pochi anni fa, non è completamente traducibile: in ogni caso è di solito rivolto a qualche bambino che non la smette di combinare guai)

“Se fa bel Ala Candelora da l’ inverno semo fòra, ma se piove o tira vento ne l’ inverno semo tento” (previsione azzardata sul tempo che farà dalla cerimonia della “Candelora”, ovvero processione con candele che cade il 02 febbraio, per prevedere quanto durerà l’inverno)

Per ora è tutto, amici Valdadensi e non: lo sappiamo, la lista è ancora corte e le spiegazioni ancora incerte, ma col Vostro aiuto speriamo di continuare ad ampliarla; come già detto e ripetuto, ogni aiuto è valido all’ indirizzo invaldadige@gmail.com

Alla prossima settimana

Il ruolo della speranza nella malattia: la testimonianza di una persona della Valdadige nel suo percorso di guarigione.

Buongiorno e buona domenica, amici Valdadensi e non.

Nello scorso articolo abbiamo parlato del fine-vita grazie agli amici della associazione Amo Baldo- Garda “Miki De Beni” ed abbiamo atteso così a lungo per pubblicare un articolo per poter portare una testimonianza del lato speculare del ciclo della malattia: un racconto di speranza e di guarigione completa di una persona.

Come l’ Intervistato (anonimo, sulla quarantina; completamente guarito) ha detto ad un certo punto: “Sono pragmatico, so che sono stati i medici, le loro terapie e la loro opera a guarirmi ma non bisogna togliere LA SPERANZA: è stata questa a farmi andare avanti nei momenti difficili ed è stata sempre questa a farmi riprendere quasi miracolosamente in pochissimo tempo”, la parola chiave di questo articolo e che permea il suo racconto è la “SPERANZA”.

Come detto precedentemente in una pausa dell’ intervista dalla Presidentessa Amo Carla De Beni, guarita anch’ essa: “Dobbiamo ricordarci anche che di cancro si guarisce, al giorno d’ oggi”.

Andiamo perciò a leggere di questa speranza, l’ altro capo di quel sali-scendi terribile che è la malattia, tramite le parole di questa persona Intervistata Anonima.

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(InValdadige): “Buongiorno e grazie per il tempo concessoci: ci vuoi dire che aspetto ti ha colpito di più della tua malattia?”

(Intervistata Anonima): “Buongiorno e grazie a voi per avermi dato il modo di amplificare le mie parole dopo questa terribile esperienza. Sì, vi è stata una cosa che mi ha molto colpito ed è lo stato confusionario in cui si viene lasciati dopo la diagnosi; il mio era un tumore avanzato, una massa oltretutto in una posizione quantomeno inusuale, eppure per quasi un mese dopo la diagnosi di tumore maligno non mi è stato detto nulla né fatto nulla né inteso che mi avrebbe dovuto fare qualcosa. Il buio completo. Questa non è una cosa positiva; non intendo dire che non avessero intenzione di non curarmi, ma io non ero assolutamente informata su cosa ne sarebbe stato di me, ero come in stand by e mi sentivo persa: dovevo insistere per sapere ogni cosa, all’ inizio.”

(IV): “Ti va di spiegarci come ti sei accorta di cosa non andava? E come sei arrivata alla diagnosi?”

(I.A.): “Il mio tumore era sì avanzato ma purtroppo anche asintomatico ed è stato scoperto per caso: durante l’ estate 2018 ho avuto problemi a gamba e polmoni. Di tre medici per fortuna l’ ha avuta vinta quella che ha voluto vederci più chiaro: a fine agosto la prima diagnosi purtroppo anche definitiva: massa tumorale maligna avanzata. E lì sono iniziati i primi guai.”

(IV): “Hai avuto problemi con la terapia?”

(I.A.): “Ecco, come ripeto la terapia all’ inizio non è esistita: i medici, i radioterapisti, i tecnici sono stati tutti meravigliosi ma nulla stava partendo! Complice la zona inusuale ed il fatto che fosse avanzato, quasi asintomatico se non fosse stato per il dolore alla gamba ed una lieve febbricciola, non sapevano come procedere e specialmente non me ne davano notizie.

Dopo un mese di non-progressi, su iniziativa personale spinta da amici e familiari, mi sono messa in contatto direttamente col reparto di Oncologia all’ Ospedale di Negrar: lì in due giorni mi hanno dato l’appuntamento, prendendo subito le mie cartelle spedite via mail, e mi hanno messo subito sotto il primo trattamento: trattamento chemio.”

(IV): “Le chemioterapie hanno dato risultato? Non tutti abbiamo avuto a chè fare con tumori e terapie (-per fortuna nostra, ndR-), perciò ti chiedo come andassero.”

(I.A.): “Ecco, io ho svolto chemioterapie ogni 21 giorni circa e posso dire sinceramente che su quei 21 giorni 18 soffrivo tremendamente: la chemio non lasciava solo dolore fisico e nausea, effetti collaterali molto comuni, ma anche un profondo dolore morale. Sono arrivata a pensare che nessun essere umano dovesse soffrire così, ma per fortuna in Oncologia a Negrar, dove si svolgevano le terapie, era molto presenta una dottoressa psicologa che offriva il suo supporto ed il suo aiuto, con la quale accettai di fare un percorso.

La presenza umana era molto attenta, così come con le terapie successive a Trento in cui i volontari della LILT (Lega Italiana Lotta ai Tumori) con la sola presenza o l’ offerta di caramelle e tisane, o con la testimonianze di donne guarite dallo stesso male, non mi hanno mai fatto sentire un semplice numero o uno fra i tanti, ma una persona vera e reale, perciò in grado di combattere.

C’è da specificare che comunque non tutte le persone soffrono così tanto per le chemioterapie: una mia amica sta facendo lo stesso percorso e non soffre quasi di effetti collaterali; non voglio spaventare nessuno.

In ogni caso l’ ultima chemio è stata fatta a fine dicembre 2018 ed a gennaio 2019, a seguito di analisi, si è registrata una situazione di stand-by; il tumore non era progredito ma neppure retrocesso. A quel momento si è deciso di operare, cosa per la quale il cardiochirurgo vascolare a cui ero affidata era propositivo fin dall’ inizio. Lì vi è stata la vera svolta.”

(IV): “Dai nostri incontri preliminari ricordo che doveva essere solo una operazione esplorativa.”

(I.A.): “Doveva essere solo una operazione esplorativa, per controllare lo stato della massa, e durare poco: praticamente aprire e guardare. Invece il chirurgo, che ringrazio ancora ora perchè mi ha letteralmente salvato la vita, ha trovato il tumore primitivo e ha rimosso più del 60% del “Mostro”, tutto ciò che non era attaccato ad arterie ed altri organi, in una operazione ben più lunga del previsto.

Parlo di “svolta” perchè da quel momento non ho più avuto la febbricciola che ha caratterizzato l’andamento della malattia fino a quel momento ed i dolori agli arti. Da quel momento la terapia ha assunto ben altro grado di difficoltà, molto più accessibile.”

(IV): “Prima di proseguire col racconto vorrei fare un breve excursus: siccome nel precedente articolo abbiamo parlato dell’ associazione Amo e tu hai nominato la LILT, ti chiediamo se hai avuto il supporto di altre associazioni per le cure o se la tua famiglia si è fatta carico di tutto, col peso che possiamo immaginare ne può derivare.”

(I.A.): “Dunque: forse vi sarebbero state associazioni che mi avrebbero aiutato ma io non le ho cercate; non ho parlato neppure col mio medico di base per quasi tutta la terapia! Per cui sono stati la mia famiglia ed i miei amici a prendersi cura di me, in tanti modi: certe persone, avendo passato la malattia di un loro parente, non avevano il coraggio di vedermi e mi avvisavano di ciò, facendosi sentire molto per telefono o via messaggio, strappandomi un sorriso: io non ce l’ho assolutamente con loro, mi hanno aiutato in altro modo. I miei genitori sono stati meravigliosi, forti e combattivi nei momenti di debolezza ovvi in seguito alle chemio, quando tutto non sembrava muoversi. Mi hanno letteralmente spinto nell’ ospedale, qualche volta! Purtroppo devo dire che vi sono state anche persone che si sono dileguate ma che devo dire… Staranno al posto che compete loro e che si meritano.”

(IV): “Il resto della terapia, che ti ha portato a guarigione, com’ è andata? A proposito, ti hanno mai detto che avresti potuto guarire al 100%? Guarigione completa?”

(I.A.): “Le parole ‘guarigione completa’ non sono MAI state dette, perchè in situazioni simili e con tutto il tempo negativo che si ha a disposizione, purtroppo ci si attacca ad ogni parola dei medici sia in negativo che in positivo, e li mette in posizione di facili accuse.

Dall’ operazione in poi, senza che io mi scomodassi neppure a toccare il telefono in una collaborazione tra aziende ospedaliere perfetta, da Negrar mi hanno rimandato a Trento a fare altre terapie: inutile dire che il modo di affrontare il dolore era molto diverso ora che sapevo cosa era stato fatto durante l’operazione: la sensazione di speranza, che non mi aveva mai abbandonata, era molto rafforzata. A maggio 2019 feci la mia ultima radioterapia e la lasciammo lavorare per due mesi, come di dovere: a settembre 2019 feci i miei primi esami post- terapia col fiato sospeso e l’ 11 settembre 2019 sono stata dichiarata completamente guarita dalla mia oncologa dell’ Ospedale di Trento. ”

(IV): “Moralmente come ti sentivi durante le terapie? E’ stato un vero tornado nel tuo caso: in un anno da tumore avanzato a completa guarigione.”

(I.A.): “Ecco, una cosa che ha preso spesso il sopravvento è stata la rabbia: avevo fatto un check up giusto un anno prima nella zona ed era tutto a posto, non avevo comportamenti a rischio: come era possibile che fosse successo tutto così in fretta ed a me? La rabbia è stata veramente tanta e devo dire che mi ha aiutato a non restare senza reazione: nonostante abbia pensato qualche volta al fine vita -più per pensare come comportarmi con i miei familiari che avrebbero sofferto tantissimo- non mi sono mai arresa, non ho mai perso veramente le speranze.

Ovviamente ho fatto qualche pianto, qualche sfogo, urlato, qualche episodio depressivo, ma sono stati anche chiari effetti collaterali della terapia ed ovvio sconforto; in realtà non ho mai pensato che non potessi guarire ed è ciò che voglio far passare come messaggio: è ovvio che siano state le terapie applicate dai medici a guarirmi ma la speranza mi ha permesso di rialzarmi in fretta e di affrettare i tempi di ripresa, ne sono sicura.

Voglio far passare il messaggio che sfogarsi, piangere, urlare va bene, ma mai perdere la speranza se questa ha motivo di esserci, se l’ultima parola non è ancora detta.”

(IV): “E oltre alla rabbia, come reazione ed energia, ed al supporto psicologico e della LILT, cosa hai usato tu come autoaiuto per tè stessa?”

(I.A.): “Io ho deciso che sarei dovuta guarire per una serie di promesse che mi sono fatta durante la terapia e di premi concessi a mè stessa che continuavo a rimandare: uno tra questo è un viaggio in Scandinavia che desidero da tempo!

Perchè è vero che io ho sconfitto un mostro, ma resto con una sensazione di fatalismo molto forte: vorrei non agire come volontaria nel senso tradizionale del termine, ma fermarmi a parlare con ogni persona che sta gettando il suo tempo e spronarla ad agire, a fare qualcosa. Perchè proprio aver toccato il pericolo mi ha fatto rendere conto che questo tempo concessoci è poco e ci può essere strappato di mano molto facilmente, perciò bisogna agire.”

(IV): “In un discorso preliminare avevi accennato a Chernobyl con rabbia e questo mi porta ad una domanda che potrebbe sembrarti strana: hai detto che è cambiata la tua percezione del pericolo, in che senso? Senti molto più il pericolo in questo mondo?”

(I.A.): “Certo, e non solo per le conseguenze di Chernobyl, ma guardiamoci attorno: non voglio fare la Greta della situazione ma i casi di tumore in questa piccola Comunità sono ormai uno al giorno e abitiamo ancora in una parte di mondo relativamente sana; il mondo ci sta sprofondando sotto i piedi, letteralmente.

Ma questo non deve portarci a disperare bensì ad agire.”

(IV): “Essendo questo un blog sul Territorio della Valdadige ed essendone tu una cittadina, seppure anonima, usciamo un attimo dalla narrazione e dimmi: come descriveresti la nostra terra?”

(I.A.): “Tutte le persone che sono venute a conoscenza del mio caso non hanno mai lasciato né me né i miei genitori a corto di un sorriso o ci hanno fatto sentire soli od isolati: per me la Valdadige è CASA.”

(IV): “Siamo alle ultime battute: hai qualche consiglio od esortazione, riguardando la tua storia?”

(I.A.): “Sì: intanto PRETENDETE che vi siano date informazioni, non brancolate nel buio e prendete in mano la situazione o fatela prendere da chi vi fidate.

E poi prendetevi del tempo e, vi supplico, CONTROLLATEVI: lo so che le liste d’attesa sono lunghe, che siamo un territorio isolato e difficile, che il vostro corpo vi sta dicendo che va tutto bene, che la giornata di riposo in analisi sembra “buttata” ma FATE PREVENZIONE. Prendetevi una settimana ogni tot tempo e concentrate le vostre forza, ma non arrivate al punto in cui non sapete dove sbattere la testa.

Fatelo per voi.”

Il treno da Verona; l’arrivo in Valdadige

Il treno parte da Verona Porta Nuova, lasciando la città di provincia che deve molta della sua fama al fiume Adige. Arrivando da Venezia verso la città scaligera, nelle belle giornate il fiume risplende sotto il sole, così come nelle sere d’inverno riflette lampioni sui suoi famosi lungofiume chiamati, giustamente, “Lungadige”, magari avvolti nella impalpabile nebbia tanto odiata dagli automobilisti quanto amata dagli innamorati che attira la città, che rende il maestoso fiume più magico ed ingannevolmente placido.

Il nostro treno parte per il nord sulla linea del Brennero, verso il Trentino- Alto Adige, ed attraversa e segue a distanza il fiume, come in un balletto di corteggiamento tra due bambini, ma uno salendo a nord e l’altro scendendo verso il mare Adriatico, immutato da millenni e con finta calma, apprestandosi ad attraversare la città scaligera mentre noi la lasciamo.

Costeggiano la Valpolicella senza mai entrarci, solo osservandola da lontano: i profumi ed i colori primaverili ed estivi de “Il Giardino di Verona” vengono percepiti ben più al di là di Pescantina, città Medaglia D’oro al Valore Civile per meriti di accoglienza nel tragico secondo Dopoguerra italiano; arrivano quasi sul Lago di Garda, altra perla che ruota attorno a quel diamante incastonato tra le meraviglie che è la città di Verona.

Infine, il panorama si restringe di molto all’altezza di Domegliara, dal famoso treno: il Baldo, catena montuosa famosissima per essere “Hortus Europae” incombe ad Ovest, la Lessinia ad Est proprio sopra la ferrovia; il viaggiatore infila un moderno tunnel al posto del quale, un tempo, i trenini sbuffanti percorrevano gran tratto della ferrovia di ideazione asburgica che costeggiavano, ammirandola, la Chiusa Veneta: grandissima opera congiunta della natura e dell’ingegneria civile umana come imponenza di dogana e confine, in perfetta simbiosi su quello strapiombo di rocce ed acqua.

Si riusciva a scorgere il Forte di Rivoli dal treno un tempo, facente parte assieme al Forte San Marco di Canale nella destra orografica dell’Adige e con i Forti di Monte e di Ceraino sulla sinistra del complesso fortilizio difensivo di fine ‘800 asburgico denominato “I forti di Rivoli”: quante dominazioni e quanti confini hanno assaggiato questa terra? Basti pensare a “Rue de Rivoli”, il segno lasciato persino dall’ esercito napoleonico. E ancora prima la Serenissima… a risalire con battaglie, offensive ed eserciti, nella più degna tradizione di una terra di confine.

Lì inizia la Valdadige (“sora la Ciusa de Cerain”), ma aspettiamo l’uscita del treno dalla “nuova” galleria (in servizio dal 1997 ma per molti ancora ‘nuova’, come a simboleggiare la diversa percezione del tempo in questo territorio) che sbuca come un proiettile a Dolcè per ritrovarsi a fianco delle dolci anse del Fiume in un territorio verde e brulicante di vigneti.

Il treno rallenta e si ferma alla stazioncina, mentre qualche passeggero allunga l’occhio al panorama di campi coltivati a pregiati vitigni ed alle rocce da ambo i lati della Valle con in mezzo l’Adige, che dà il nome ai nostri ameni anche se aspri, amatissimi luoghi.

Il treno riparte e voi vi apprestate, siate viaggiatori pendolari del luogo o siate di lunga percorrenza tra Roma e Bolzano, ad ammirare questo territorio all’apparenza brullo ma che, come tutte le forti comunità, è foriero di storia e di vita grazie all’ ex confine AustroUngarico, che si incontrerà più a nord, ma specialmente proprio grazie all’Adige,il grande messaggero e nostro amato fiume che dolcemente, d’ora in poi, vi accompagnerà per tutto il viaggio.

BEN ARRIVATI “IN VALDADIGE”

InValdadige ❤ Staff